Fusioni tra Comuni: il “sacro furore” non fa presa ovunque

Summit tra 25 sindaci di piccoli Comuni, tutti contrari E il “no” più convinto e motivato arriva dal Comelico

COMELICO SUPERIORE. Non tutti i sindaci del Bellunese sono stati conquistati dal “sacro furore” delle fusioni comunali. In 25 si sono riuniti per convenire che l’obbligatorietà di questo percorso non è saggia, anzi è discriminatoria, e rischia di portare alla desertificazione dei paesi più periferici, quelli costretti a rinunciare alla propria identità.

La pensano in questo modo anche i pubblici amministratori del Comelico che, con Marco Staunovo Polacco, primo cittadino di Comelico Superiore, precisano convinti: «Non si faccia credere che le fusioni sono la soluzione di tutti i problemi delle terre alte; in alcuni casi sono necessarie, in altre deleterie, perché i risparmi sono minimi e gli svantaggi massimi: si pensi soltanto al ridimensionamento degli sportelli postali».

Come dire che, se in Comelico si fondessero Santo Stefano con San Pietro, San Nicolò, Comelico Superiore e Danta, chiuderebbero immediatamente gli uffici postali di Danta e San Nicolò, e probabilmente anche quello di Candide. Per il sindaco di Danta, Ivano Mattea, la chiusura dello sportello postale significherebbe la morte sociale della comunità, considerate le lunghe distanze che gli anziani dovrebbero affrontare per raggiungere quello più vicino, a Padola. Comelico Superiore e Danta stanno progettando, per consolidare le attrazioni turistiche, percorsi estivi per gli appassionati di bike, sia di respiro familiare e sia anche a dimensione estrema.

«I singoli Comuni le inventano proprio tutte per sopravvivere», rileva Staunovo, «il Comune unico chissà se avrebbe queste stesse preoccupazioni». I 25 sindaci che si sono incontrati hanno manifestato «vivo allarme» per la legge che li obbliga a fondersi, quelli almeno sotto i 5 mila abitanti, mentre ciascuno di loro è contrario. Il risparmio, rispetto ai costi di oggi, non sarebbe superiore alla risicata percentuale dell’1,34% (secondo una statistica certificata); per contro è constatato che nelle fusioni fatte finora, in quota, a livello nazionale, lo spopolamento della periferia del Comune unico si è manifestato in misura prepotente, a causa soprattutto della chiusura dei servizi. Nel caso del Comelico ad avvantaggiarsi sarebbe il capoluogo, Santo Stefano.

«Ma noi», dice il sindaco Alessandra Buzzo, « non sposiamo affatto la teoria secondo la quale mors tua è vita mea. Noi vogliamo che tutti i Comuni abbiano pienezza di vita».

Staunovo Polacco non è ideologico, ma pragmatico. Quindi si domanda perché il Governo, anziché cercare il risparmio nella fusione dei piccolissimi Comuni, non persegue, per legge, la riduzione dei Comuni superiori ai 60 mila abitanti dove il risparmio potrebbe arrivare addirittura al 17%.

«Attenzione, in Comelico», conferma Buzzo, «esiste già da anni l’aggregazione delle funzioni, dei servizi, tra i vari Comuni; non è che ciascun ente pratichi l’autarchia».

«E quando ci sono specifiche necessità», fa sapere Staunovo Polacco, «siamo pienamente disponibili alla reciproca collaborazione. Manca un vigile, in un Comune, interviene l’agente del Comune vicino. Non appena si crea un’emergenza, ad esempio per le strade, siamo tutti sul posto». Con questi presupposti la necessità della fusione, in questa valle, proprio non si pone. E, pertanto, si è pronti a contrastare l’eventuale obbligatorietà della legge che sarebbe doppiamente penalizzante, «perché priverebbe i Comuni delle opportunità di cui oggi invece beneficiano», ricorda il sindaco di Comelico Superiore, «gli enti che decidono di fondersi».

Francesco Dal Mas

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