«Risparmi irrisori e problemi irrisolti»

I sindaci Scopel e Vieceli guidano la battaglia contro la proposta di legge che cancella i comuni sotto i 5 mila abitanti

BELLUNO. Non sono campanilisti, non parlano di storia e tradizioni e non sono “vecchi”. Anzi. Arriva da due sindaci giovanissimi il no alle fusioni dei piccoli comuni, due primi cittadini già abbastanza esperti, ma con la freschezza di chi è convinto che la battaglia si può vincere. Sì perché Dario Scopel, sindaco 31enne di Seren del Grappa, e Nicola Vieceli, 37 anni, sindaco di San Gregorio nelle Alpi, hanno deciso di portare le loro convinzioni il più in alto possibile: hanno già creato una rete ben consolidata in provincia di Belluno e stanno lavorando a livello regionale e nazionale con i loro colleghi dell’Anpci.

L’approccio di Scopel e Vieceli è pragmatico e legato ai numeri, che indicano due cose fondamentali: le fusioni non faranno diminuire la spesa pubblica nazionale e non fermeranno lo spopolamento. Da parte loro non ci sono critiche verso chi le fusioni le ha fatte, ma hanno deciso di partecipare ai dibattiti in corso, oltre ad organizzare incontri come i due già programmati in Agordino e in Cadore anche con la presidente dell’Associazione dei piccoli comuni di cui fanno parte anche loro.

«Allargare i confini amministrativi non risolve i problemi italiani», dice Scopel ricordando la proposta di legge che punta ad eliminare tutti i comuni sotto i 5 mila abitanti. «Converrebbe aumentare il numero dei comuni disgregando tutti quelli sopra i 60 mila abitanti. Non si risparmia, non si risolvono i problemi della montagna, si riducono i servizi ai cittadini e non aumentano le risorse per le opere pubbliche. E allora, perché fare le fusioni?», si chiede Scopel che sottolinea come, in Europa, il numero medio di abitanti per comune sia di 4.500, mentre in Italia già oggi sale a 7.500.

Certo, le sofferenze per i piccoli sindaci non mancano, i tagli sono sempre più crudeli e amministrare comuni che hanno 200 km di strade e sempre meno dipendenti non è semplice. «Ma noi non siamo rassegnati ai fatti, ci crediamo e vogliamo provare a cambiare le cose. Di sicuro non ci facciamo dire da politici incapaci di evitare gli sprechi romani come è meglio governare i nostri territori».

Vieceli e Scopel convengono che lo spopolamento è il male peggiore della montagna, ma non per tutti è così: «Belluno», afferma Vieceli, «è l’unica provincia montana del centro nord e di tutte le Alpi a perdere popolazione. La riorganizzazione amministrativa non avrà influenza sullo spopolamento, ciò che serve davvero sono risorse in più. Il riconoscimento della montanità e della specificità con la Regione va bene, è importante, ma non basta».

Chi sostiene le fusioni punta sull’efficienza dei servizi e sulle economie di scala, ma Vieceli e Scopel obiettano: «Nelle grandi città i servizi funzionano meglio? La verità è che nelle piccole comunità c’è un sistema che sgrava lo Stato da molti costi sociali. Inoltre noi facciamo già servizi associati, non ci opponiamo alle economie di scala, ma c’è un limite oltre il quale la qualità del servizio e la capacità di controllo falliscono». Va detto che i due sindaci sono traumatizzati dal caso Bim Gsp e proprio per questo sono ancora dubbiosi sulla creazione del Consiglio di bacino dei rifiuti.

C’è poi la questione incentivi, quelli dati ai comuni che si fondono: «Il 40% in più per 10 anni, ma non sono certi: quei soldi vanno rinnovati ogni anno e poi, finiti i dieci anni? In ogni caso quei contributi sono inferiori a quanto i comuni ricevevano dallo Stato fino al 2011. Lo Stato non taglia la propria spesa che rappresenta il 70% e applica i costi standard senza equilibrio. Il risparmio di 470 milioni di euro è dato soprattutto dai piccoli comuni, ma quei soldi non vengono ridistribuiti, vanno lì dove la spesa pubblica è già più elevata, perché la verità è che, se venisse applicato, il federalismo fiscale manderebbe in default tutte le grandi città. L’Italia è quel Paese dove uno stenografo parlamentare guadagna più di tutti i nostri dipendenti comunali».

Bisogna poi aggiungere i contributi europei rivolti ai comuni e quindi, meno comuni meno contributi. Insomma, Vieceli, Scopel e gli altri sindaci del “no alle fusioni” lanciano una battaglia, politicamente trasversale, per far cancellare la proposta di legge che condanna a morte i piccoli comuni: «Stiamo diventando una voce organizzata, possiamo farcela».

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