«Fusione, i miei colleghi frenati dai concittadini»

Il sindaco Ciotti si lamenta del fatto che ai buoni propositi non siano seguiti i fatti «Hanno tutti paura che a guadagnarci sia solo Pieve, invece è l’esatto contrario»

PIEVE DI CADORE. Fusione sì, fusione no. In Centro Cadore sette mesi non sono bastati per passare dalle parole ai fatti: segno che l'unione di intenti sbandierata dagli amministratori interessati in realtà si muove su un filo sottile. Sette mesi sono trascorsi dal consiglio comunale congiunto tenutosi in Magnifica: presenti Pieve, Calalzo e Perarolo che all'unanimità avevano deciso di votare un ordine del giorno pro fusione con la conseguente nascita del Comune unico. Sette mesi dopo però qualcosa è cambiato stando alle parole del sindaco di Pieve Maria Antonia Ciotti.

«I colleghi sindaci di Calalzo e Perarolo si dichiarano ancora favorevoli alla fusione anche se non ritengono questo il momento di metterla in atto. Stanno facendo i conti con la resistenza delle rispettive cittadinanze, contrarie al Comune unico perché ritenuto economicamente vantaggioso solo per Pieve. Il che, naturalmente, non corrisponde assolutamente alla verità. I sindaci, che ben conoscono la legge regionale, sanno che la fusione, oltre a rendere la nostra terra più forte, permetterebbe di ottenere trasferimenti importanti dall'organo centrale, soldi che oggi rappresentano l'unica via percorribile per garantire servizi di qualità ai cittadini».

La disamina della Ciotti chiama in causa il potenziale debito di bilancio a carico del comune di Pieve che andrebbe a ricadere sulle popolazioni di Calalzo e Perarolo.

«Anche questo non corrisponde alla verità. Il Comune di Pieve, nel 2016, con bilancio di previsione approvato il 30 aprile, vanta un avanzo nonostante i tagli pari a 571mila euro», continua il sindaco, «ma sono soldi che non possiamo utilizzare perché le leggi in materia di bilancio armonizzato ce lo impediscono. Pieve è sempre stato generoso verso i comuni limitrofi», contrattacca poi la Ciotti, «che ha supportato con servizi come la casa di riposo, le scuole, la piscina o il palaghiaccio. Servizi utilizzati da tutti ma che hanno un certo costo che Pieve ha sempre sostenuto da solo».

Servizi che, senza fusione, non saranno più garantiti.

«Dal 2017 non potremo più permetterci di sostenere questi grossi costi a causa dei futuri ulteriori tagli governativi e regionali a cui dovremo far fronte», spiega il primo cittadino, «altro motivo che dovrebbe indurre a vedere la fusione come una grande opportunità per gli enti locali. Oltre ai sostanziosi trasferimenti dello Stato, infatti, il Comune unico avrà la possibilità di erogare servizi a prezzi più bassi a tutto vantaggio dei cittadini».

L'approfondita analisi di Maria Antonia Ciotti si conclude con una esortazione.

«Da amministratori del bene comune abbiamo l'obbligo di fare il nostro meglio per la comunità. Mantenere l'attuale frammentazione significa non riconoscere il processo storico e non seguire i principi di sostenibilità. Se dovesse saltare la fusione Pieve sarà costretta a proporre servizi a tariffe differenziate per residenti e non; ma non posso neanche escludere che certi servizi vengano sospesi del tutto. A livello personale sono dispiaciuta di questa inattesa retromarcia ma quel che conta è la vita del territorio che ha a disposizione una sola strada ancora percorribile e passa attraverso la fusione».

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