Sul monte Avena una “miniera” di selce di 40 mila anni fa

Presentati i risultati della campagna di scavi dell’università di Ferrara, il sito promette di regalare altre scoperte

SOVRAMONTE. Scoperta in cima al monte Avena una “catena di montaggio del Paleolitico”: estrazione, sbozzatura e rifinitura della selce, materia prima usata per la fabbricazione di strumenti. Aiuta a capire le tecniche di lavorazione dei primi Homo Sapiens, offrendo la possibilità di indagare le strategie di sfruttamento delle risorse e il popolamento di questa località da parte dei primi uomini anatomicamente moderni. Lo ha evidenziato la campagna archeologica a cura dell'équipe dell'università di Ferrara, che a oltre trent'anni dalla prima indagine è tornata a scavare ai piedi della malga Campon e continuerà a farlo fino al 16 settembre (è qui dal 16 luglio).

Ieri pomeriggio è stato presentato il rapporto di quanto sta emergendo: “40 mila anni fa: una cava di pietra per i primi Sapiens sul monte Avena”, il titolo dell'incontro. E visto che qui si era recato il Neanderthal, le sorprese possono non essere finite, scendendo ancora e andando sempre più indietro nel tempo. Forse anche lui aveva capito l'importanza di questo luogo, a 1.450 metri.

Ad ascoltare il docente di archeologia del Paleolitico, Marco Peresani, direttore della campagna di scavi, c'erano una cinquantina di appassionati, di interessati e di curiosi, compresi parecchi bambini. Si parla di un sito finalizzato all'estrazione della pietra, rarissimo a queste altitudini: «Una evidenza unica nel suo genere in Europa a questa quota», dice il professore, ripercorrendo la storia del sito archeologico scoperto all'inizio degli anni Ottanta, quando vennero riconosciute delle pietre scheggiate. Nel 1984 i primi scavi, che proseguirono a più riprese fino all'87, prima di interrompersi in attesa di sviluppi e approfondimenti.

Si tratta di una cava di pietra: «È una sorta di miniera a cielo aperto di selce, apprezzata perché si scheggiava facilmente, con gli usi che ne conseguono», spiega Peresani. «Scheggiare la pietra a quel tempo era fondamentale, tutti dovevano saperlo fare e fondamentale era individuare le zone di maggiore ricchezza. Il monte Avena era una di queste». I primi cacciatori di 40 mila anni fa hanno lasciato le loro tracce, coperte di sedimenti che i ricercatori di Ferrara (ma hanno partecipato allo scavo anche ragazzi di Feltre e Sovramonte) hanno rimosso, evidenziando frammenti vari, risultanti dalla selezione che veniva effettuata dagli uomini del Paleolitico.

Erano nomadi, quindi venivano, si accampavano e se ne andavano con la loro sacca di oggetti. Il sito del Campon rappresenta quindi una delle più antiche frequentazioni di “Homo Sapiens” nel nord Italia. È stata trovata una forte concentrazione di reperti che è stata documentata. L'obiettivo adesso diventa la loro messa in luce ed esplorazione. Si tenterà di effettuare il rimontaggio dei pezzi e non è un'operazione facile, considerando che la selce è tutta dello stesso colore rosso. Per la datazione infine ci si appoggerà al laboratorio specializzato di Oxford.

Raffaele Scottini

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