Vajont, uno studio sullo tsunami alpino

Quattro ricercatori dell’Università di Durham analizzeranno i fenomeni sociali innescati dalla catastrofe del 9 ottobre 1963

LONGARONE. La tragedia del Vajont diventa oggetto di uno studio condotto dal dipartimento di Antropologia dell’Università di Durham, nel Regno Unito. Uno studio che attualmente è nelle sue fasi iniziali e che mira ad analizzare i fenomeni sociali (come la ricostruzione e le commemorazioni) innescati dal disastro avvenuto il 9 ottobre del 1963 e che prenderà in esame le tracce lasciate dal terribile evento nel paesaggio umano e naturale locale.

Il progetto si chiama “Tsunami: tracce sepolte e assemblaggi di tecnologia e lasciti documentali dopo il disastro”. «A essere investigate», spiega la dottoressa Claudia Merli, che guida il gruppo di ricerca ed è professore associato al dipartimento di Antropologia di Durham, «sono quattro aree tematiche principali: i processi socio-economici di recupero e di identità per le comunità locali; le conseguenze e i processi di comprensione locale del ruolo della tecnologia nella causazione del disastro e nell’ambito della prevenzione; l’archeologia delle caratteristiche naturali e antropiche del paesaggio a seguito del disastro; la comprensione del processo di identificazione forense delle vittime e successive sepolture».

Il bosco vecchio con i resti della strada della Sade

E c’è un motivo specifico per cui è stato scelto, per il progetto, il titolo “Tsunami”. «La gigantesca massa d’acqua sprigionatasi nel disastro del Vajont è paragonabile, insieme al “comportamento” dell’onda e ai suoi effetti devastanti, a quella mossasi nelle tragedie avvenute in Thailandia, anche se, nel caso del 1963, non si è trattato di acqua del mare. La letteratura inglese, non a caso, fa riferimento al Vajont facendolo rientrare nella categoria di “tsunami alpino”, causato, in questo specifico caso, dall’uomo».

La ricerca, finanziata con fondi dell’Università di Durham, mira a valorizzare la base documentale locale al fine di garantire la preservazione di una sostanziale profondità storica e del paesaggio umano. «Apre inoltre un nuovo percorso di ricerca, multidisciplinare e olistico», continua la Merli, «per lo studio dei processi sociali, economici e di comunità che sono propri della gestione della relazione tra gli aspetti naturali e tecnologici dei disastri, al fine di definire positive strategie di intervento in un contesto di “disaster recovery”». Insomma, un complesso e impegnativo lavoro condotto in un’ottica interdisciplinare, che potrà portare a risultati importanti e che mira ad arrivare a una ricostruzione di come le comunità si sono “riedificate” dopo un evento così terribile come fu quello del Vajont.

Ma come sarà condotto, nel concreto, questo studio? Il progetto del Vajont è portato avanti da un gruppo di quattro ricercatori e sarà molto articolato, affiancando analisi documentali a ricerche condotte direttamente sul campo. «La ricerca è attualmente nelle fasi iniziali ed è troppo presto per esprimersi sui risultati», fa presente la Merli. «Posso solo dire che nel corso dei prossimi mesi tutti i ricercatori del gruppo si recheranno nelle zone per periodi di circa quattro settimane ciascuno, in mesi diversi».

Insieme alla Merli ci sono la dottoressa Trudi Buck e i dottori Michele Fontefrancesco e Paolo Forlin. Quest’ultimo è bellunese. «Dalle prime due settimane che Fontefrancesco ha passato a Longarone, Erto, Casso e altre località, prendendo contatti ed esplorando il materiale documentale d’archivio, emerge l’interessante tessuto sociale e la ricchezza delle dinamiche locali che caratterizzano la rivalutazione del territorio e, soprattutto, della memoria identitaria delle popolazioni», precisa la Merli. «Forlin porterà avanti la sua parte del progetto a settembre, con una ricerca volta a mappare tutti gli artefatti rimasti in piedi dopo il disastro (come il campanile della chiesa di Pirago, ndr), valutando come tutte queste tracce siano state mantenute e fatte centro di un processo di memorizzazione. La dottoressa Buck ed io saremo sui luoghi tra gennaio e marzo-aprile 2017».

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