Camera di commercio: i conti sono in rosso, esplode la rivolta

In preventivo 2,7 milioni di disavanzo coperto con fondi pregressi. Il consigliere Doglioni per protesta lascia il consiglio

BELLUNO. Il preventivo 2017 manda in subbuglio il consiglio della Camera di Commercio post-fusione con Belluno. Il conto del bilancio previsionale - disavanzo di 2,726 milioni, da coprire come da norma con l’utilizzo di fondi accantonati dai precedenti avanzi di amministrazione dell’ente di piazza Borsa – ha innescato la durissima reazione del consiglio. Una piccola rivolta contro una situazione ritenuta non più accettabile. Al punto che c’è stato chi – come Paolo Doglioni, consigliere bellunese - ha preso e se n’è andato, e poco ci è mancato che sbattesse la porta. Reazione assolutamente inaspettata, che forse è anche spia di un malessere della base nei confronti del neo presidente Mario Pozza.

Il parlamentino dell’economia trevigiana e bellunese - 33 componenti compresi gli organi di vigilanza – ha vissuto un pomeriggio molto caldo e inatteso. E la cosa non è passata inosservata.

Fra i protagonisti della protesta, Alessandro Vardanega, già presidente di Unindustria Treviso ed ex vicepresidente dell’ente camerale, oggi consigliere per gli industriali. Che ha voluto far mettere a verbale il suo sfogo. Ma anche altri, tra gli scranni e all’uscita, avrebbero espresso il loro sconcerto. Diffusa la sensazione che sia a Belluno che a Treviso, tutti si attendevano altri esiti, anche economici e finanziari dalla fusione delle Camere. «Così non va», ha detto l’imprenditore di Possagno, «se un ente camerale che dovrebbe essere il supporto dell’economia e il primo volano per le nostre imprese si trova, solo con l’ordinaria amministrazione, ad essere sotto di quasi 3 milioni, non ci siamo proprio. Viene meno la missione stessa della Camera di Commercio. Dobbiamo pensarci subito, non possiamo permettere di avere un futuro in cui si consumano i fondi accantonati per coprire il passivo, fondi che dovrebbero servire per aiutare l’economia e dare un senso al ruolo dell’ente camerale».

Così Vardanega ha chiesto una «profonda riflessione» a tutto il consiglio camerale, ma anche «l’avvio immediato di un cantiere che superi le logiche campaniliste». E ha concluso: «Qui non è questione di Treviso o Belluno, o di aggregare questa o quella provincia, ma di ragionare su scala più vasta, almeno regionale, con sportelli molto leggeri sul territorio, e questo per avere i margini operativi che consentano di avere i fondi da destinare alle realtà e ai compiti per i quali siamo nati, ovvero le imprese». Di passaggio, Vardanega ha anche rilevato come nel giro di 3 anni le entrate della camera siano state di fatto dimezzate.

È stato il presidente Mario Pozza a replicare immediatamente. Da un lato ricordando a Vardanega come la riforma e le fusioni siano un passaggio progressivo verso una riorganizzazione più razionale dei servizi camerali, nel rispetto della riforma varata a suo tempo dal governo Monti, dall’altro tornando ad attaccare frontalmente il governo Renzi: «Il decreto taglia spese è stata per noi una mazzata, Renzi ci ha tolto 1 milione l’anno di risorse» ha concluso, «noi siamo i primi a voler difendere il ruolo e la missione degli enti camerali, non è responsabilità nostra se il territorio si trova ad avere meno risorse per le aziende». E ha annunciato che darà battaglia a tutti i livelli. Alla fine, il preventivo 2017 è stato approvato. Lasciando però l’impressione che non sia assolutamente finita qui. E negli ambienti camerali, c’è chi attende le reazioni delle altre province venete, chi paventa scenari di scontri e tensioni interne con risvolti politici, e chi rimpiange «i bei tempi andati».

Andrea Passerini

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