Caso Codivilla, l’amarezza di Centofanti «Rendiamo poco all’Usl»

Cortina, la cura dell’osteomielite è un’eccellenza a livello europeo ma non si paga da sola. I tempi del boom sotto la gestione Rizzoli

CORTINA. Si laurea in medicina nel 1969, e pochi anni dopo approda al Codivilla-Putti, dove è in attività da oltre quarant'anni: Francesco Centofanti, pur restando tra i maggiori chirurghi ortopedici italiani, oggi si dedica sempre più all'infezione ossea articolare, nelle sue varie e subdole forme. Assieme a lui, sono rimasti al Putti di Cortina i dottori Roberto Orani e Mauro Ciotti, i tre medici specialisti che lottano contro l'osteomielite, e che hanno contribuito a fare del Putti un centro di eccellenza in questo campo.

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Dottor Centofanti, come mai di nuovo si prospetta la chiusura del Putti, dove da decenni si cura con successo l'osteomielite?

«È da quando il Codivilla Putti è passato dalla gestione del Rizzoli alla Regione Veneto, ossia nel 1979, che si tenta di chiuderlo. L'osteomielite purtroppo non rende. Il drg, cioè la quantità di denaro che lo Stato darà all’ospedale per il ricovero del paziente, è basso; quindi la struttura non è conveniente per nessuno: costa tanto e frutta poco. Rendono di più le amputazioni, hanno un rimborso più elevato, e quindi economicamente sono più convenienti».

Quassù tuttavia arrivano casi di infezioni ossee da tutta Italia, con risultati in termini di guarigione che in altri centri non si riescono ad ottenere e che hanno fatto della struttura un centro di eccellenza in questo campo...

«Certo, qui si ricovera da tutta Italia, ma anche da alcune parti d’Europa. In otto anni abbiamo avuto 9.695 ricoveri, il 90% proveniente da fuori regione. La maggior parte dei casi viene dal sud Italia: siamo sicuri poi che tutte le regioni di appartenenza dei pazienti rimborsino poi la Usl locale? Spesso ci sono dei ritardi, che possono anche incidere sui bilanci; e questo potrebbe essere un altro motivo per spingere verso un'ipotetica dismissione».

La storia ci dice che al Putti arrivano spesso casi disperati; gente che ha girato vari centri per poi arrivare a Cortina, dove i medici sono riusciti a salvare arti che altrimenti sarebbero stati amputati. Ha qualche dato da fornire a supporto di questa tesi?

«Posso riportare una statistica di qualche anno fa: nel 2005, in Sicilia, sono stati amputati 450 arti, in Veneto 40. Io credo che ci sarà un motivo...».

L'osteomielite è una malattia in crescita o in calo?

«È una malattia in crescita, di pari passo con l'aumento delle operazioni legate allo scheletro. In Italia si fanno circa 200 mila protesi all'anno; almeno il 2% di queste protesi sono infette, ma spesso sono anche di più. E poi c'è il resto: ad esempio, nei casi di fratture esposte, il 30% si infettano».

Rispolveriamo un po' la storia del Codivilla Putti: un ospedale nato egli anni ’20-’30 per la cura della tbc ossea; un centro di cura e di ricerca glorioso, che ha passato tre gestioni, ma che ora è a rischio chiusura.

«Il Codivilla è nato nel 1923, mentre il Putti è stato costruito nel 1939, in seguito appunto alla diffusione della tbc ossea. Nel 1948 c'era anche Villa Blu, oggi un albergo, destinato ai bambini con infezioni ossee, che ha poi chiuso nel 1968. La gestione era dell'istituto Rizzoli di Bologna, con un unico primario, 400 posti letto e più o meno altrettanti dipendenti. Con la gestione Rizzoli la cura dell'osteomielite è stata porta avanti con determinazione. Nel 1978 è iniziata poi la decadenza, perché l'osteomielite non interessava più. Nel 1999 siamo stati sul punto di chiudere, poi è arrivata la gestione mista che ha permesso la continuità. Non dimentichiamoci che la gente viene qui perché c'è il Putti, non per l'ortopedia: quella la trova ovunque».

Qual è il cammino che ha portato il Putti ad essere un centro così importante per la cura delle infezioni ossee?

«Con la gestione Rizzoli, in passato, è stato fatto veramente tanto per curare questa patologia. Il vaccino anti stafilococco, quello che causa l'infezione, è nato qui, in collaborazione con l'Università di Vienna, negli anni Settanta. Nel 1963 il dottor Savoini iniziò per primo la somministrazione di una soluzione acquosa come immunoterapia: si prendeva il pus del paziente e lo si usava per curare l'infezione; in seguito ad una proficua collaborazione con l'Università di Vienna, si è giunti così al vaccino, che oggi viene ancora prodotto in Spagna, che si trova in commercio anche in Italia, ma che non è più mutuabile».

Oggi però l'osteomielite si cura con gli antibiotici...

«Sì, noi eseguiamo infiltrazioni con gli antibiotici e al contempo aspirazioni della parte infetta; facciamo tutto a mano, mentre negli Stati Uniti è stata inventata una macchina che somministra una terapia intermittente e continua con funzionalità integrate per la sicurezza del paziente, regola la pressione nella zona della ferita per una somministrazione precisa dei livelli prescritti per la terapia. Una macchina che costa 40 mila euro. Quello che negli Stati Uniti fanno con un computer», aggiunge con un velo di amarezza Centofanti, «noi al Putti lo dobbiamo fare a mano. Con i rischi che ne conseguono. Ma non solo: una volta guarita la parte infetta, risistemiamo l'arto e lo rendiamo nuovamente funzionale togliendo dei tessuti da altre parti del corpo e trapiantandoli, una volta vascolarizzati, dove c'era la parte infetta».

Oltre a lei, al dottor Orani e al dottor Ciotti, quali altri medici sono in grado oggi di curare le infezioni ossee?

«Temo purtroppo che la nostra esperienza andrà persa nel vento. Siamo in tre, e siamo over pensione da anni, ma continuiamo a lavorare. La cura dell'osteomielite è dolorosa per i pazienti, frustrante per i medici, non redditizia per gli istituti. Abbiamo degli specializzandi che vengono qui da noi, rimangono per un periodo, qualche mese al massimo, ma poi se ne vanno. È un tipo di lavoro difficile da affrontare. Per questo l'istituto dovrebbe essere sostenuto con qualsiasi mezzo. Dieci anni fa l'endoclinica di Amburgo aveva proposto di fare a Cortina un centro unico europeo di cura dell'osteomielite», dice ancora Centofanti, «ma non si è saputa cogliere un’occasione per me imperdibile. Ho qui davanti una richiesta da parte dell'Università di Bucarest di poter mandare propri medici a fare esperienza da noi: in Romania le malattie infettive sono in forte aumento, e non sanno come curarle. Vado in Campania, in Sicilia, in Puglia a parlare di cura delle infezioni ossee, perché il problema c'è, eccome: come mai qui vogliamo chiudere? Cosa facciamo dopo? Saper quando andar via è saggezza, essere in grado di farlo è coraggio, andar via a testa alta è dignità».

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