Il movente dell’incendio resta un rebus 

Gli indagati non hanno chiarito il motivo dell’attentato; su questo punto Laritonda ha scelto il silenzio

BELLUNO. Non si saprà mai il perché. A una domanda Fabio Laritonda non ha voluto rispondere: non dirà a nessuno il motivo dell’incendio della pizzeria Mordi e fuggi di Pieve di Cadore. Non l’ha confidato nemmeno al difensore di fiducia Massimiliano Paniz, che magari sulla motivazione di un gesto così grave, soprattutto a queste latitudini, avrebbe potuto organizzare una difesa più efficace. Rimangono aperte tutte le possibilità, dopo che la procura della Repubblica ha escluso estorsione e racket.

Quella più accreditata porta alla vendetta per un eventuale sgarbo da parte dei gestori della pizzeria, ma di riscontri non ce ne sono. Non può che essere il principale indagato per incendio doloso aggravato a dare una spiegazione a quello che è successo, ma dalle 11.30 di ieri non l’ha fatto e tutto porta a pensare che non lo farà per ora. Intanto, lui ha escluso che il giovane conterraneo Pasquale Ferraro fosse a conoscenza di quello che sarebbe successo alle 3 del pattino passate di quel 24 aprile.

Il giovane ferito sarà sentito nelle prossime ore all’ospedale di Bari, dove aveva chiesto e ottenuto di essere spostato dal San Martino ed è ristretto agli arresti domiciliari, piantonato dai carabinieri. Qui era difeso dallo studio De Vecchi, ma è quasi sicuro che abbia ingaggiato un difensore di fiducia delle sue parti. Nel frattempo, sta cercando di rimettersi in sesto dagli effetti dell’esplosione dei vapori di benzina, che gli ha provocato ustioni un po’ in tutto il corpo e fratture localizzate soprattutto alle gambe. Era in prognosi riservata, inutile nascondere che ha rischiato l’amputazione.

Non ha mai convinto gli investigatori l’alibi dell’incontro galante e del passaggio per caso davanti al locale di via XX settembre. Come gli altri due indagati, rischia una condanna fino a sette anni. (g.s.)

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