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Minella: «Nel turismo Belluno è indietro anni luce»

Alberghi desueti e paesi tristi: una lettera denuncia l’immobilismo del settore. Il presidente dell'Anef veneto: «È tutto vero»

di Francesco Saltini
3 minuti di lettura
BELLUNO. Per fare turismo con la “T” maiuscola serve un cambio di passo. Serve la volontà da parte degli imprenditori a mettersi in gioco. Serve la volontà di rinnovare le strutture, alcune veramente datate. Serve la volontà, da parte di chi amministra, di rendere i paesi della montagna più appetibili, magari con una strategia ad ampio raggio. In poche parole, nel Bellunese manca la cultura del turismo. Parola di Renzo Minella, presidente degli impiantisti a fune del Veneto e vice presidente della Dmo, il soggetto chiamato a gestire il turismo in provincia

Lo spunto a questa riflessione arriva da una lettera recapitata nei giorni scorsi ad associazioni di categoria, operatori economici e anche al Corriere delle Alpi. Una vera denuncia, che segnala una montagna bellunese “ferma”. «Ho visto la lettera», sottolinea Renzo Minella, «si parla di una località precisa, ma quella scattata dall’autore è la fotografia di un po’ tutta la montagna bellunese».

Ma andiamo con ordine. Tralasciando paese, nomi e cognomi, la lettera analizza con attenzione la situazione delle strutture del turismo. “Ci sono alberghi a tante stelle di una tristezza imbarazzante, semifatiscenti”, si legge in estrema sintesi, “con gli stessi arredi di quarant’anni fa, con le tovaglie sbiadite e i bicchieri che ormai non si usano più nemmeno nelle case di riposo. Ci sono luoghi da vip con poltrone lise, gli stessi camerieri di mezzo secolo fa, con le stesse giacche più grandi di due taglie, che servono gli stessi piatti del dopoguerra in un ambiente illuminato malamente. Ci sono alberghi con bagni risalenti a una cinquantina d’anni fa. Ci sono paesi che vivono sul filo della nostalgia, con pochi imprenditori che crescono e buona parte della popolazione che reputa il turista un rompiscatole che prima se ne va e meglio è. E poi iniziative culturali imbarazzanti, commissioni edilizie ambientali composte da persone incompetenti, guerre personali che fanno il male degli stessi paesi, personale (di alberghi e negozi) svogliato e senza sorriso, campeggi paragonabili ad accampamenti di nomadi, mercati di una tristezza indefinita”. “Perchè”, si chiede l’autore della lettera, “i migliori vengono sempre relegati ai margini? Perché solo in pochi puntano alla qualità? Eppure i risultati di chi investe sono eccellenti e dovrebbero invogliare tutti quanti a perseguire questa strada”.

«Ho avuto modo di leggere la lettera», commenta Minella, «e la prima cosa che ho detto è che rispecchia tutta la provincia. Non mi soffermo sulle vicende delle singole strutture, ma tutto quello che è scritto è sacrosanto, la montagna bellunese è immobile, è indietro anni luce rispetto ad altre realtà. Noi operatori del turismo segnaliamo da tempo queste carenze e non mi riferisco solo alla mancanza di infrastrutture adeguate. Qui continuiamo a puntare su industrie e settore manifatturiero, non pensando che il turismo è il nostro futuro».

«Il Veneto è la prima regione a livello di turismo, seguita da Trentino Alto Adige», prosegue il vice presidente della Dmo, «potremmo vivere di rendita, sfruttando le nostre meraviglie e invece continuiamo a barcamenarci. E le colpe sono di tutti, dagli amministratori agli imprenditori. Invece di aggredire e gestire i flussi del turismo, lo subiamo. Manca una governance sul territorio, non siamo uniti e così anche gli sforzi di coloro che scommettono su questo settore, risultano vani».

A mancare, secondo Minella, è la voglia di guardare al futuro: «Chi lavora nel settore dell’accoglienza non è più innamorato del suo lavoro e così facendo butta al vento tutto ciò che hanno costruito i nostri padri. Pochi credono al turismo come colonna portante dell’economia bellunese, dimenticando che viviamo in uno dei posti più belli del mondo. Il problema non è la mancanza di finanziamenti, ma la mentalità bellunese del piangersi addosso. È colpa nostra sei i nostri figli vanno in giro per il mondo in cerca di un futuro migliore, siamo noi che non facciamo alcunché per tenerli in loco».

La rabbia di Minella è palpabile: «Siamo alla follia. Ci sono amministrazioni che non riescono a coordinarsi neppure per sfruttare i Fondi di confine, non c’è coesione con le strategie regionali, la Dmo, il soggetto a cui è deputata la governance del turismo e che dovrebbe dettare strategie e direttive, è inesistente. Questa lettera deve farci riflettere. Invece sapete cosa fanno i colpevoli di questa situazione? Si indignano».

Per le Dolomiti è un momento fondamentale. I flussi del turismo stanno cambiando, la montagna è diventata una delle mete privilegiate: «Il turista arriva anche in aree secondarie e questo grazie anche al marchio dell’Unesco. Ma anche qui noi bellunesi siamo i grandi assenti: in seno alla Fondazione, abbiamo il compito di gestire e promuovere il marchio, ma a fare la parte del leone sono sempre i trentini e gli altoatesini. Basta, è giunta l’ora di tirare fuori l’orgoglio bellunese. Prima che sia troppo tardi».

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