«Senza quorum non parleremo più di autonomia»

Bottacin assicura che la Provincia otterrà le materie chieste e potrà sedere al tavolo delle trattative con lo Stato

BELLUNO. Assessore regionale, già presidente della Provincia di Belluno, leghista, Gianpaolo Bottacin sostiene la battaglia per l’autonomia da sempre.

Bottacin, cosa pensa del referendum bellunese?

«I due referendum vanno insieme, perché l’obiettivo è che il Veneto ottenga una torta più grande e Belluno e una fetta più grande. Senza la prima, non potrà esserci la seconda. Per questo io voto sì ad entrambi. Attualmente il residuo fiscale del Veneto è di 15,5 miliardi e lo Stato trasferisce ai veneti 2.816 euro pro capite all’anno, contro i 4.150 della Calabria».

Il referendum provinciale definisce con precisione le materie che Belluno vorrebbe amministrare, la Regione sarebbe d’accordo?

«Sì. Il Veneto chiede tutto ed è pronto a trasferire. Oggi il problema è che lo Stato impugna tutte le leggi regionali sulle materie concorrenti. Per esempio: ho concesso una deroga dalle autorizzazioni paesaggistiche a chi taglia gli alberi sugli alvei dei fiumi. Impugnata. Oppure la legge su centraline idroelettriche, gassificatori e biomasse, con la quale poniamo dei vincoli nelle aree più delicate. Lo Stato l’ha impugnata dicendo che siccome lui dà incentivi su questi impianti, io non posso vincolarli. Noi non chiediamo solo soldi, noi vogliamo competenze esclusive per fare le regole più adeguate al nostro territorio».

È vero che, in caso di successo del referendum, la Provincia di Belluno potrà sedere al tavolo delle trattative Stato - Regione ex art. 116?

«Sì, abbiamo già stabilito che il presidente della Provincia parteciperà alla trattativa».

Dunque lei condivide come è stato costruito il referendum di Belluno.

«All’inizio ho avuto delle perplessità, ma poi è stato ammesso e quindi va bene. Dico solo di tenere i due referendum separati, perché quello Veneto ha una storia di tre anni, ha superato la prova della Corte Costituzionale ed è dunque inattaccabile».

Eppure lo Stato avrebbe voluto evitarlo. L’ultima dimostrazione è il conto da 2 milioni per il servizio di ordine pubblico ai seggi. Come crede che sarà il dialogo, dopo il 23 ottobre?

«Noi ci muoviamo nell’alveo della legge. Il giorno dopo si inizia una trattativa che finirà con un accordo (non con una dichiarazione di intenti come con l’Emilia). Si seguono canali istituzionali, non politici. Chiediamo solo il rispetto delle leggi, la Costituzione su tutte. L’art. 5, essendo tra i principi generali, è più importante del 116 che ha tentato di depotenziare il primo, scrivendo che lo Stato può decentrare, mentre l’art. 5 dice che deve attuare il decentramento».

Il referendum regionale prevede il quorum, cosa succede se l’affluenza sarà sotto il 50% più uno?

«Abbiamo previsto il quorum nella legge istitutiva del referendum, perché questa non è una gazebata in piazza. Per la prima volta c’è un voto reale ed è un treno che passa una volta sola. Se mancherà il quorum ne prenderemo atto e non parleremo più di autonomia del Veneto, ma spero proprio che la gente capisca che questo non è il referendum di Zaia. Lui è stato eletto con metà dei voti, se l’affluenza sarà molto più elevata si dimostrerà che il referendum è apartitico e trasversale, come il voto del consiglio regionale che lo ha lanciato».



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