«Belluno deve fare un buon risultato»

Zaia chiude la campagna in città esortando al voto: «Qui ci giochiamo la reputazione doppiamente. Se va male è la fine»

BELLUNO. «Se Belluno fa un cattivo risultato è la fine per tutti, anche per il Veneto». Luca Zaia sceglie proprio le Dolomiti per chiudere la campagna referendaria, un appuntamento fondamentale per il Veneto e per il presidente stesso, che domani si gioca gran parte del suo peso politico. Ad accoglierlo è una sala gremita soprattutto dal popolo leghista, ma non solo, perché a Belluno di referendum ce ne sono due e il tentativo di uscire dallo schema partitico per convincere la gente è stato notevole. Al tavolo accanto a Zaia, infatti, c’è anche il presidente della Provincia Roberto Padrin.

«C’è l’assoluta disponibilità a ragionare con Belluno», chiarisce Zaia a proposito delle materie che la Provincia punta ad ottenere all’indomani del referendum, «ma è necessario un buon risultato qui come in tutto il resto del Veneto. L’affluenza al voto di Belluno non sarà secondaria, per questo sono venuto qui a chiudere la campagna referendaria. Porte aperte a Belluno e bando ai pessimisti».

«Qui», prosegue il presidente della Regione, «ci giochiamo doppiamente la reputazione e se qui l’affluenza dovesse disgraziatamente essere bassa, sarà durissima andare a trattare con il governo per ottenere più autonomia. I bellunesi dovrebbero essere ancora più ansiosi degli altri di andare a votare, dopo che per decenni sono stati schiacciati da vicini come Trento e Bolzano».

Per Zaia, che usa toni solenni senza rinunciare a qualche battuta in dialetto, quello di domani sarà: «Un appuntamento con la storia, perché per la prima volta dal 1948 una Regione è stata autorizzata a celebrare un referendum per l’autonomia». Zaia ricostruisce il percorso fatto per arrivare al voto di domani: la legge regionale approvata nel 2014, i tentativi dello Stato di fermare il referendum impugnando la legge e infine il via libera dalla Corte Costituzionale.

«Gli scienziati che ci dicono che avremmo potuto affrontare la trattativa ugualmente, non sanno che la sentenza della Corte ci dice di andare a Roma dopo il referendum, e dice anche che il governo dovrà tener conto del voto popolare. In pratica la Corte ha sancito che il Veneto può sperimentare un nuovo modo di fare le riforme: partendo dal popolo».

La sfida però è di quelle assolute e Zaia sa che può uscirne con una forza che nessun governatore avrà mai, ma anche che potrebbe farsi male. «Ci ho pensato a rinunciare», confessa, «ma me ne sarei pentito per tutta la vita».

Anche sui costi del referendum, quei 14 milioni di euro che i suoi detrattori gli rinfacciano da mesi, Zaia riesce a ribaltare la frittata contro il governo: «Dal 2015 ad oggi abbiamo chiesto di poterlo celebrare in contemporanea con tutte le altre consultazioni che ci sono state. Ci hanno sempre ignorati e alla fine hanno detto di no. Allora ci siamo organizzati, ma ho mandato tutte le carte alla Corte dei Conti. Noi non abbiamo fatto così con Belluno, alla Provincia ho detto che se avevano tutte le carte a posto io avrei dato l’ok e così è stato e Belluno può fare il suo referendum a costo zero, se si escludono le schede».

Il presidente della Regione ha poi elencato le materie che vorrebbe ottenere dallo Stato: «Tutte e 23 quelle contenute nell’art. 116» e ha citato il confronto tra Stato ed Emilia Romagna come un tentativo «tra amici» di screditare i referendum veneto e lombardo. Se il quorum sarà raggiunto, il percorso dal 23 ottobre in poi è già definito: «Non so quanto ci vorrà, potrebbero servire dieci anni, ma ci arriveremo. Non sarà una passeggiata e un governatore da solo non ha la forza sufficiente, per questo voglio la forza del popolo veneto. Il governo deve smetterla di trattarci come se avessimo ancora l’anello al naso, siamo una regione da 600 mila imprese e 150 miliardi di fatturato».

Prima di Zaia hanno parlato anche il segretario provinciale della Lega Nord Paolo Saviane, il collega nazionale Gianantonio Da Re, il presidente del Patto per Belluno Luca Dalle Mule e il presidente della Provincia Padrin: «Il referendum di Belluno nasce a supporto, non in contrapposizione con quello veneto», ribadisce Padrin. «Con questo voto vogliamo dimostrare di essere uniti e diventare più forti per far sì che i Comuni di confine, come Sappada e gli altri che sono andati al referendum negli anni scorsi, rimangano con noi. La provincia di Belluno deve restare unita e rivendica la possibilità di gestire da sè alcune competenze, ma solo se finirà il prelievo forzoso di somme che vanno oltre il nostro bilancio».

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