Un voto compatto per l’autonomia del Bellunese

Affluenza oltre le aspettative e quorum superato nelle due consultazioni. Dalla Valbelluna al Comelico una dimostrazione di unità e appartenenza

BELLUNO. I bellunesi vogliono l’autonomia. L’affluenza degli elettori al referendum provinciale (52.25%, 109.553 elettori con una percentuale di sì del 98.67%) e a quello regionale toglie ogni dubbio della vigilia, con un’indicazione chiara alla politica: serve un cambio di passo perché non c’è più tempo se si vuole salvare un territorio avviato verso lo spopolamento e l’inevitabile declino. In pochi scommettevano sul superamento di un quorum che, almeno per il referendum provinciale, non era indispensabile. Invece l’ondata autonomista è stata più forte della brevissima campagna referendaria, dell’elevata percentuale di residenti all’estero e di un’organizzazione un po’ improvvisata. Certamente la consultazione regionale ha trainato la maggior parte degli elettori, ma non è mancata una percentuale di bellunesi che ha scelto di votare solo per il provinciale.

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È la prova che il lavoro che la politica locale ha fatto negli ultimi trent’anni ha lasciato il segno, forgiando un sentimento che si è ormai radicato. Ripercorrendo la storia, il primo a ipotizzare una provincia di Belluno addirittura a Statuto speciale fu Gianfranco Orsini negli anni ’60, ma su quel fronte non si sono mai aperte prospettive concrete. Poi sono venuti gli anni ’90, con il testo unico degli enti locali e un ente Provincia sempre più caratterizzato politicamente dalla battaglia contro le disparità con i vicini di Trento e Bolzano. Il 2001 si può definire uno spartiacque, con la riforma del Titolo V della Costituzione e la teoria dell’autonomia differenziata. In quegli anni è nato il concetto di specificità bellunese che ha avuto in Sergio Reolon il suo più convinto sostenitore, fino al nuovo Statuto veneto e alla legge 25.



Un quadro normativo dunque c’è, ma finora è rimasto una promessa che i bellunesi non vogliono più aspettare.
Ieri le code ai seggi non sono mancate e praticamente ovunque l’affluenza è stata elevata. Fanno eccezione i comuni dove i residenti all’estero sono davvero tanti, in alcuni casi perfino il 69% degli aventi diritto al voto, come a Soverzene dove su 1060 elettori teorici, ben 735 sono iscritti all’Aire. Alle urne sono andati in 259 su 325, cioè il 79,69% anche se nella storia il dato che rimarrà sarà infinitamente più deludente.

Molto diverso, invece, il caso di Livinallongo che di iscritti all’Aire ne ha solo 85 su 1145, ma l’affluenza è stata tra le più basse della regione con solo il 28,38% dei votanti. I promotori del referendum del 2007 per il distacco dal Veneto dei ladini storici avevano annunciato l’astensione per protesta e così è stato, a differenza di tutti gli altri comuni di confine referendari, dove l’affluenza (Aire permettendo, come a Lamon) è stata in linea con il resto della provincia.



Alta la partecipazione anche in Valbelluna: la zona meno problematica del bellunese e che si credeva più distratta rispetto alle istanze delle terre alte ha risposto compatta, dimostrando un senso di appartenenza che ha stupito anche gli osservatori più ottimisti.

Belluno, Limana, Trichiana e l’Alpago hanno votato come il Cadore e il Comelico e se la politica aveva bisogno di un segno di unità e di una spinta per affrontare con più determinazione il negoziato con Roma e Venezia, ieri l’ha ottenuto.

Oggi inizia un’altra duplice sfida, quella delle istituzioni locali che dovranno dimostrare di essere all’altezza del pesante mandato ricevuto, e quella in mano alla Regione Veneto alla quale i bellunesi hanno rinnovato la fiducia.


 

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