Caso Vettorel, gli applausi per Fabio che paga per tutti

Nuova udienza del processo di Amburgo al giovane feltrino in carcere ormai da quattro mesi. La difesa incalza i poliziotti, visionati alcuni video

INVIATO AD AMBURGO. Sorride, Fabio. Magrolino com’è, sovrastato dai due agenti di polizia penitenziaria che lo scortano ammanettato in aula (ma a fine udienza lo riporteranno in carcere su un taxi comune), se quel giorno i reparti antisommossa lo avessero caricato sarebbe volato via come un fuscello: altro che pericolose attitudini criminali, come ha scritto un incauto giudice per giustificare quei quattro mesi di detenzione preventiva. Sorride, Fabio, mentre passa tra due file di attivisti che lo applaudono e che lo considerano un ragazzo molto coraggioso. Non ha abiurato. Anzi, ha persino rilanciato: “Ho fatto la mia scelta e non ho paura se ci sarà un prezzo da pagare ingiustamente”. Anche se i giudici non lo dicono, non esplicitamente, era la retromarcia ideologica che si aspettavano da lui.



Invece, niente. Vettorel da Feltre anni diciotto è lì, in aula. Si dichiara innocente, protegge le sue idee. Difende l’età dei Grandi Ideali: quando ancora credi in qualcosa, e ci credi davvero.

Amburgo, Vettorel in aula scortato dalle guardie carcerarie



Ogni tanto, cerca tra il folto pubblico che assiste al dibattimento lo sguardo della madre Jamila, affiancata da una traduttrice per buttare giù su un bloc notes gli appunti di un processo assolutamente surreale, in cui sembra quasi che la responsabilità penale passi da individuale a collettiva.

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In tedesco si dice Suendenbock, capro espiatorio. Sulla stampa germanica c’è chi inizia a parlare esplicitamente di accanimento giudiziario, mentre il consolato italiano e alcuni osservatori internazionali stanno cercando di capire se vi sia una via d’uscita.

Alla fine, per comprendere la storia di questo diciottenne feltrino arrestato il sette luglio scorso durante una manifestazione contro il G-20 che sarebbe iniziato di lì a poco, bisogna andare a leggersi due paragrafi del codice penale tedesco (113 e 114), modificati dal Bundestag un mese prima del vertice dei Grandi della terra e volti, secondo alcuni, a dare più strumenti repressivi alle forze dell’ordine in previsione dell’annunciata guerriglia urbana.

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Non solo e non tanto un inasprimento delle pene, ma un concetto giuridico – esplicitato nell’espressione “taetlicher Angriff”, aggressione violenta derelata – assolutamente nuovo: se sei in un corteo e questo in qualche modo muove contro la polizia, non importa che tu sia parte attiva o meno. Rispondi del reato: “attacco portato con altri alle forze dell’ordine”. Una sorta di sostegno psicologico: gli altri fanno, ma tu sei lì e ne sei colpevole nella stessa misura.

Il presidente del collegio giudicante (un giudice togato, più due popolari) è una donna sulla trentina che fatica a reggere le bordate della difesa di Fabio, molto più agguerrita di un’accusa svogliata. Il primo attacco del duo Heinecke-Timmermann, in udienza, è sul fatto che la giudice non abbia motivato il diniego alla scarcerazione, negandolo e basta.

«Perché Fabio è ancora dentro?»

Pericolo di fuga: caso chiuso.

Vettorel non è accusato di aver picchiato nessuno, di avere sfasciato alcunché, di aver lanciato qualsivoglia oggetto. Il problema è che era in un gruppo di manifestanti che, quasi all’alba di quel sette luglio, si è mosso da un’area campeggio allestita in un parco vicino allo stadio e che è stato intercettato da due distinte unità antisommossa, l’una all’insaputa dell’altra. Un sandwich involontario.

Nei filmati girati dalla stessa polizia, si vede una unità antisommossa (25 chili di “bardatura” per ogni poliziotto) che prima fronteggia, poi carica un corteo di circa 150 manifestanti, molti dei quali vestiti di nero ma tutt’altro che in assetto da guerriglia urbana. Privi di caschi, protezioni, barriere, bastoni, molotov, bombe carta… Fabio è lì vicino, con altri giovani vestiti “normali”, cioè causal.

Parte la carica, che dura un niente: in 39 secondi, il pericoloso manipolo di eversori è già disperso. Qualcuno, ferito a terra; altri, in cerca di riparo proprio quando sul lato opposto arriva la seconda unità che aziona i cannoncini spara-acqua e “sdraia” chi ancora era rimasto in piedi.

Bottino dell’intervento?

“Non so quanti oggetti abbiano lanciato contro di noi, direi più di 10 ma meno di 100”, dice suscitando l’ilarità del pubblico il capo unità Arndt Jokschat, ieri unico testimone.

Pietre e lattine.

La difesa lo interroga per quasi due ore. Secondo il teorema d’accusa, Fabio è colpevole per essere rimasto lì, per non essersi dissociato da quel gruppo violento. Ma se salta il presupposto base, ovvero che quel gruppo fosse realmente facinoroso, allora salta anche l’accusa nei suoi riguardi.

Il pubblico ministero fa acquisire i fermo-immagine di una telecamera fissa piazzata sul piazzale dello stadio, da dove i manifestanti sono transitati. In cinque o sei frame, ritiene di riconoscere Fabio, più che altro per il suo abbigliamento di quel giorno. E se anche fosse?

Jamila fa spallucce: «L’accusa doveva ancora dimostrare che Fabio fosse davvero lì, alla manifestazione».

Il pubblico rumoreggia. La difesa si inalbera: possibile che il pm produca solo adesso quei materiali? Sospensione chiesta per prenderne visione, nervosismo che sale anche per un affondo dell’accusa che solleva un conflitto di mandato. I legali di Fabio avrebbero avuto accesso anticipato agli atti avendo assunto la difesa di un’altra ragazza finita nei guai, «per cui – dice il Pm - non possono difendere Vettorel». Heinecke non si scompone: «Noi restiamo qui».

Il presidente del tribunale mostra un terzo filmato, anch’esso già ampiamente circolato sui media tedeschi. La carica si è conclusa da poco, alcuni ragazzi sono seduti per terra e chiacchierano tra loro: non lo si intuisce affatto, ma sono appena stati arrestati. Poco più in là, un adolescente cerca di richiamare l’attenzione di qualcuno (i poliziotti stessi?) su qualcosa. E’ Fabio, il temibile Vettorel da Feltre. C’è una ragazza che ha cercato di scappare dopo la carica e si è fatta male. Qualcuno dovrebbe soccorrerla. E’ così che Fabio finisce nei guai. Perché era lì, “cosciente e partecipe”.

Applicando il diritto minorile, se anche Fabio fosse condannato, quale pena potrebbe essergli comminata? Sotto i due anni c’è la condizionale: dunque, perché non scarcerarlo? Il sindaco di Amburgo Olaf Scholz, messo sotto accusa per la gestione del G-20, aveva scaricato tutto su violenti e facinorosi, chiedendo condanne esemplari. Ma c’è un altro aspetto: 31 mila poliziotti erano calati da tutta la Germania per garantire la sicurezza del G20. Si prospettavano quattro giorni da incubo.

Il peggio sarebbe venuto a partire dal venerdì: con la guerriglia vera, e la devastazione in città. Auto bruciate, vetrine distrutte, black bloc “veri”. A vedere quelle immagini della carica al gruppetto cui si era unito Fabio, all’alba di giovedì, verrebbe quasi da pensare che sia stato una sorta di warm-up, un riscaldamento da entrambe le parti.

Oggi si torna in aula, e toccherà ancora ai poliziotti. Fabio ascolta e prende appunti. Indossa un maglioncino verde militare, ma qui i poliziotti sono in blu scuro.

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