Centraline, basta incentivi statali

Lo pensa il professore idraulico Da Deppo che sui fiumi dice: «Speriamo nel deflusso ecologico»

BELLUNO. Non c’è un comune del territorio bellunese in cui non si riscontrino fenomeni franosi. In tutto, a livello bellunese, se ne contano 5.800. E, quasi sempre, è l’acqua non gestita in modo corretto a rompere gli equilibri. Provocando disastri.

Quelli verificatisi dalla fine del 1.800 ad oggi sono stati descritti da Luigi Da Deppo, professore emerito di costruzioni idrauliche all’Università di Padova, ospite ieri sera dell’incontro pubblico, organizzato dalla Fondazione “Montagna e Europa”, sul tema “Aspetti e problemi geologici e idraulici della montagna bellunese”. Una serata in cui è stato ricordato Eugenio Colleselli, a lungo presidente della Fondazione, deceduto nel 2016 e che proprio ieri avrebbe compiuto 63 anni. E nel corso della quale si è cercato di capire cosa si possa fare in territorio bellunese in termini di tutela, mitigazione del rischio e gestione attiva delle risorse naturali.


La relazione di Da Deppo si è concentrata soprattutto sullo sfruttamento della risorsa idrica, evidenziando le conseguenze nefaste a cui ha portato una scarsa attenzione. «L’esempio emblematico? Il Vajont. Ma non è il solo», ha detto, sollevando anche qualche spunto polemico: «Belluno è da sempre la periferia dell’impero, dall’epoca romana fino ad oggi. E vedo purtroppo un futuro nero se continueremo a essere rappresentati, a Venezia come a Roma, da persone che fanno gli interessi dei partiti e non del territorio. Pensiamo a Sappada: quanti parlamentari veneti si sono opposti? E qual è stato l’atteggiamento della Regione? ». Il professore ha poi criticato il sistema degli incentivi statali alle centraline idroelettriche: «Qui sta la causa del proliferare di richieste di concessione di derivazione d’acqua e la costruzione di impianti che, altrimenti, non sarebbero economicamente sostenibili», ha riflettuto. «Ora, il deflusso minimo vitale sarà sostituito dal deflusso ecologico». Un concetto, quest’ultimo, che dovrebbe salvaguardare maggiormente gli ecosistemi fluviali. «Lo sfruttamento del fiume Piave lungo tutto il suo corso è elevatissimo e innegabile», ha commentato a margine l’assessore regionale Gianpaolo Bottacin. «Vedremo cosa accadrà con l’introduzione del deflusso ecologico. Il 2018 sarà un anno di test».

Da Deppo ha anche ripercorso la storia dell’industria elettrica e idroelettrica in provincia. «Il primo impianto idroelettrico del Bellunese venne costruito nel 1902 sul Molinà, dalla Società elettrica Barnabò, Giacobbi, Pante & C», ha ricordato. «Del 1906 è, invece, la diga realizzata dalla Società forze motrici Cismon-Brenta sul Ponte della Serra, in comune di Lamon, per cui fu chiesta la consulenza geologica del feltrino Giorgio Dal Piaz che, quanto venne costruita un’altra diga, quella di Pieve di Cadore, non si accorse che c’erano cedimenti causati dalla presenza, nel terreno, di strati di gesso». Continuando l’excursus storico, Da Deppo ha parlato del Vajont, delle alluvioni del 1965 e del 1966, fino ad arrivare al disastro di Rio Gere del 2009 e alla frana di Acquabona. «L’area dolomitica è caratterizzata dall’alternanza di rocce tenere e rocce più tenaci. In questo sta la sua bellezza, ma anche la sua fragilità», ha evidenziato la geologa Chiara Siorpaes che ha portato, tra gli altri, l’esempio della Valturcana, in Alpago, dove per la presenza dell’acqua si sono negli anni riattivati numerosi fronti franosi.

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