Dolomiti Unesco: «Olimpiadi, una grande sfida»

Per il direttore della Fondazione il problema del villaggio si supera con l’ospitalità diffusa e il recupero dell’esistente

BELLUNO. Giorni cruciali per la candidatura dolomitica alle Olimpiadi 2026. Il presidente della Regione Zaia incontrerà i due presidenti di Trento e Bolzano che finora si sono dimostrati abbastanza freddi di fronte alla proposta veneta.

D’altro canto sono arrivate adesioni entusiastiche da molte parti, quelle economiche come è logico che fosse, ma anche interessanti aperture dal mondo ambientalista che pone alcune condizioni per aderire al progetto: nessun consumo del territorio (e Zaia è d’accordo e lo ha ribadito anche sabato a Longarone) e la massima condivisione del progetto.


Olimpiadi dolomitiche, si è detto, e qualcuno ha azzardato Olimpiadi Dolomiti Unesco. Ma cosa ne pensa la Fondazione Dolomiti Unesco? Il suo compito è «garantire una gestione efficace del Bene seriale, favorirne lo sviluppo sostenibile e promuovere la collaborazione tra gli Enti territoriali che amministrano il proprio territorio secondo diversi ordinamenti». Ma anche conservare i valori che sono alla base della candidatura e garantire l’integrità del bene che è stato dichiarato patrimonio dell’umanità.

La Fondazione non pone vincoli, come sottolinea sempre il suo direttore Marcella Morandini, ma ha un ruolo di coordinamento delle politiche di gestione dei territori riconosciuti dall’Unesco che sono compresi in 5 Province e due Regioni, tutte rappresentate nel Cda della Fondazione.

Direttore Morandini, come vede la proposta di candidatura di una Olimpiade sulle Dolomiti?

«È una grandissima sfida e anche in questo caso le Dolomiti potrebbero fare storia, come è avvenuto in occasione del lavoro di preparazione per il riconoscimento Unesco. Una sfida che deve mettere tutti attorno ad un tavolo, per realizzare una Olimpiade a impatto zero. Anche la candidatura delle Dolomiti a patrimonio dell’umanità all’inizio sembrava un sogno. Sarebbe bello cogliere anche questa sfida, partendo da concetti chiari, condivisi e innovativi».

Olimpiadi a impatto zero. Sembra essere la parola d’ordine, in queste prime settimane di discussione. Sarà possibile?

«Ci sono tanti territori e città che hanno rinunciato ad organizzare gli eventi olimpici, prima di tutto per i grandi investimenti richiesti e anche per la questione degli impianti. In questo caso si tratta di cambiare completamente strategia, di fare qualcosa di assolutamente nuovo, un approccio culturale completamente diverso».

Il villaggio olimpico da costruire ex novo sembra lo scoglio più difficile da superare.

«Possiamo e dobbiamo ragionare in modo differente rispetto al passato, puntando su una ospitalità diffusa. C’è inoltre un grande patrimonio edilizio e urbanistico da recuperare. Come ho detto, dobbiamo riuscire a pensare ad un modello diverso di Olimpiade, senza cattedrali nel deserto come purtroppo si è visto spesso. Ecco il senso della sfida di cui parlo. L’impegno dovrà essere quello di ottimizzare l’esistente, far lavorare tutti i territori. È quello che facciamo con la Fondazione, che gestisce nove aree diverse, con una grande differenza di lingua, di cultura e di norme amministrative».

Nel recente incontro con l’Iucn (l’organismo internazionale che dà le pagelle ai siti Unesco) sono state sottolineate alcune criticità, nel territorio del bene, come la Marmolada o le Tre Cime di Lavaredo, per il grande impatto della presenza turistica.

«Ci sono flussi turistici che possono essere governati con il coinvolgimento delle realtà locali, cercando i migliori scenari possibili. Sono decisioni che vanno prese dalla politica, attraverso il dialogo e la mediazione. Non è la Fondazione che pone vincoli o dinieghi. Il nostro impegno è di porre il problema prima che lo diventi. Le Dolomiti hanno una valenza eccezionale, per conservarle e valorizzarle occorre utilizzare delle visioni innovative. Ad esempio, portare più persone ma meno mezzi».

Molto si sta discutendo attorno al nuovo impianto di collegamento tra Comelico e Pusteria. La contrapposizione tra enti e popolazioni locali e mondo ambientalista è forte.

«Il nuovo impianto entra due volte nell’area cuscinetto. Questo è un dato di fatto. Siamo in stretto contatto con il sindaco e con il ministero e ci sono incontri anche a Roma. Occorre facilitare il dialogo e la ricerca di una soluzione che venga incontro agli interessi delle comunità e non pregiudichi l’integrità del bene».

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