La segheria di Da Vinci nel cuore di Tisoi

Un “veneziana” centenaria è custodita dalla famiglia Dal Pont: «Un pezzo di storia, ci piacerebbe molto sistemarla»

BELLUNO. Quando il falegname Eli Dal Pont ha portato a Tisoi quell’arnese gigantesco caricato su un camion, i bambini del borgo hanno pensato che fossero arrivate le giostre. Invece era una segheria, del tipo veneziano, che per quasi cinquant’anni ha tagliato senza sosta tavole di legno. Il manufatto centenario è custodito a Tisoi da Claudio, figlio di Eli. Una passione trasmessa al nipote Elia insieme ad un sogno: sistemare il macchinario e vederlo ancora una volta in funzione.

Antica segheria veneziana a Tisoi, Belluno



Una storia lunga un secolo. «Questa macchina è stata costruita nel 1920» spiega Claudio Dal Pont, 57 anni, nato e cresciuto a Tisoi, «e inizialmente si trovava a Cima Gogna. È la classica segheria veneziana, progettata da Leonardo da Vinci e molto diffusa nel Bellunese». Antenata dei macchinari moderni, questo congegno costruito quasi interamente in legno venne impiegato diffusamente dalla Serenissima che proprio sulle Dolomiti aveva le sue riserve di legname. La segatronchi un tempo attingeva energia dall’acqua e infatti, ricorda Dal Pont, quando si trovava in Comelico la forza motrice era quella del Piave.

L’arrivo a Tisoi. «Questa macchina taglia tronchi da 75 centimetri di diametro» spiega Dal Pont, «ma i proprietari volevano modernizzarsi e acquistarne una da 1,20 metri. Quindi negli anni ’50 fu venduta a mio padre, che la portò a Tisoi». Per ospitarla venne costruito un apposito capannone su due piani. Nel borgo, però, non c’erano corsi d’acqua capaci di alimentare un macchinario del genere e d’altronde i tempi erano maturi per un salto tecnologico. «Per circa un anno il marchingegno venne azionata da un trattore da 30 cavalli, uno Staier. Poi venne sostituito con un motore a petrolio e solo nel 1955 arrivò la corrente a 220 volt».



Storia di un artigiano. Entrare nella bottega che fu di Eli Dal Pont e che oggi è custodita con cura dal figlio e dal nipote significa fare un viaggio nel tempo. Non solo per l’imponente macchinario che, da solo, occupa quasi tutto lo spazio disponibile. Ogni angolo rivela creatività e inventiva, caratteristiche che hanno contribuito negli anni del dopoguerra a portare benessere economico all’Italia. «Ad eccezione della segheria veneziana, tutte le macchine qui dentro state costruite da mio padre» spiega con orgoglio Claudio. «Nacque nel 1923» continua Dal Pont, «e ha sempre avuto la passione per la falegnameria. Dopo le scuole a Belluno, dove frequentò anche l’Iti, iniziò a lavorare. Faceva carri, botti, ruote in legno. Gli arredamenti e i serramenti del Settimo Alpini furono fatti da lui». Negli anni ’50 il falegname Eli decise di espandere la sua attività comprando la segheria veneziana. «La usò fino agli anni ’70» continua il figlio Claudio, «poi non fu più conveniente. Per tagliare una tavola da 4 metri, se si è veloci, ci vogliono 9-10 minuti. Un’enormità rispetto alle macchine moderne. Andò a lavorare come falegname per un’altra ditta ma tenne la segheria che continuò a funzionare per uso privato. L’ultima volta che l’abbiamo usata risale agli anni ’80».



Un patrimonio da valorizzare. Innamorato del suo mestiere e della sua segheria, Eli negli anni ’90 decise di farne due piccole riproduzioni. «Gli ho chiesto tante volte da bambino di farmene una giocattolo» ricorda Claudio, «e alla fine abbiamo costruito insieme i modellini in scala ridotta. Uno si trova al museo “Valentino Dal Fabbro” di Cavarzano. L’altro è qui». La falegnameria di Eli Dal Pont, che è mancato qualche anno fa, è un luogo ancora oggi vissuto. «Ogni tanto passo il grasso sulle vecchie cinghie, lunghe oltre dieci metri» aggiunge il figlio, «e i macchinari, tranne la segheria veneziana, funzionano ancora. In passato abbiamo aperto lo spazio al pubblico, ad esempio in occasione delle sagre a Tisoi, ma sarebbe bello sistemare la segheria e vederla in funzione. Ho anche trovato una lama nuova in un magazzino. Ma ci vorrebbero dei fondi per fare un bel lavoro». Un sogno anche per il giovane Elia, che dal nonno ha ereditato la passione per il legno a cui unisce quella per i motori. «Mi hanno anche chiesto di vendere tutto l’impianto» spiega Claudio, «ma io voglio tenerlo: fa parte della storia della mia famiglia».
 

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