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Cadore 2004 e il ritorno in 1ª categoria

Mister Ivano Cassol arriva da Lentiai e trascina la squadra al secondo posto e al trionfo nello spareggio di Vittorio Veneto

di Gianluca Da Poian
2 minuti di lettura

CADORE. La sensazione del déjà – vu l’abbiamo provata tutti nella vita. Quel momento, quell’oggetto, quella persona che pare di avere già visto, conosciuto, vissuto. Chissà se dalle parti del Cadore un po’ l’hanno riprovata domenica 22 aprile.

Fresca, freschissima la promozione in Prima dei biancorossi di mister Enrico Ben, suggellata dal poker a Sarmede. Ma non parleremo del Cadore 2018, oggi. No, stavolta facciamo un passo indietro. Lungo 14 anni, per la verità. E andiamo a Vittorio Veneto, stadio Barison, domenica 30 maggio 2004. Siamo ad uno spareggio, come tanti ne abbiamo incontrati tra i ricordi che ci condurranno alla festa organizzata a Bolzano Bellunese a fine mese.



Di fronte Cadore e Maerne, in palio la Prima (eccolo, il déjà – vu). Segna Martinig, pareggiano i veneziani, timbra bomber Collavino su rigore. A proposito, saranno 42 (! ) in totale le reti stagionali di uno degli attaccanti più prolifici nella storia del calcio provinciale. Festa, esultanza, abbracci. Ai piedi del Fadalto il cielo è biancorosso. Allenava, allora, mister Ivano Cassol. E partiamo da Collavino, allora ventenne di belle speranze.

«Un ragazzo nato per segnare. La cosa strana? Mica era chissà quanto interessato a giocare con la prima squadra. Però a livello numerico subito non avevamo chissà quali alternative, così viene ad allenarsi tra i grandi. Sta di fatto che, ogni palla toccata, o era gol oppure si creavano situazioni pericolose. Tra l’altro, grandissima intelligenza la sua nel gioco. Mai uno spreco di energia, sempre movimenti utili ed indispensabili».

Ad ogni modo, grande annata. Cassol centra la promozione immediata.

«Arrivavo da quattro anni d’oro a Lentiai, il Cadore era frutto della fusione tra Calalzo e Domegge Interlozzo. Il tramite che ha creato il contatto con il sottoscritto è stato l’allora dirigente del Belluno Mario Pavanello: in pratica conobbi i miei nuovi dirigenti a fine luglio. Del Calalzo rimasero in pochi, tra cui Iannacone, Fedon e Larcher, e in tutto questo marasma di novità risultava difficile capire e comprendere quale fosse il nostro ruolo nel campionato. Però poi, ad agosto, disputammo un’amichevole contro l’Alpina. Vittoria larga, nel punteggio, e lì inizi a comprendere qualcosa. Nel corso dei mesi mi sono reso conto che potevamo tranquillamente giocare forse pure in Promozione. Eravamo forti fisicamente e tecnicamente: finimmo secondi, certo, ma solo perché il San Fior aveva costruito una squadra incredibile, badando poco alle spese».

E quello spareggio?

«Avevamo passato il turno precedente contro lo Spresiano ai rigori. Su di loro avevamo raccolto delle informazioni grazie proprio a mister Ben, allora alla guida della Juniores. Del Maerne non sapevamo nulla, eppure non ci fu storia lo stesso in campo. Di certo il 2-1 fu parecchio stretto».

E comunque conta solo festeggiare al triplice fischio, no?
 

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