Al voto per Borgo Valbelluna: in campo partiti e sindacati

Oltre ai tre comuni bellunesi, ce ne sono altri 23 in Veneto che dovranno decidere. Nella regione si tratta di un affare economico da 118 milioni

BELLUNO. Toccherà a “Borgo Valbelluna” dopo Quero Vas, Val di Zoldo, Longarone-Castellavazzo, Alpago? Potrebbe accadere, con tutto il sostegno che Mel, Lentiai e Trichiana hanno intercettato nel processo di fusione. In queste ore sono scesi in campo i parlamentari, le categorie economiche, le stesse organizzazioni sindacali. . Domani, d’altra parte, è giornata di referendum per 26 Comuni veneti, con una popolazione di quasi 83 mila abitanti di cui 77.464 elettori. Per questi referendum consultivi non è previsto nessun quorum e la fusione sarà approvata se sarà raggiunta la maggioranza dei voti favorevoli. Se vincerà il “sì”, entro febbraio sarà approvata dal Consiglio regionale del Veneto una legge per l’istituzione di ciascun nuovo Comune. I prefetti nomineranno i commissari per la gestione dei comuni soppressi fino alle elezioni che daranno vita alle nuove amministrazioni. I seggi sono aperti dalle 7 alle 23. Luca Zaia, presidente della Regione, non ha nascosto il suo favore verso la fusione, ma si rimette alla responsabilità della popolazione. «I vantaggi saranno tutti per i cittadini» assicura Roger De Menech, parlamentare del Pd.

«Di fatto la Val Belluna è un territorio fortemente interconnesso e le persone come le imprese lo vivono come un’unica realtà – afferma De Menech –. È corretto che le amministrazioni si adattino a questa conformazione che è urbanistica, sociale ed economica contemporaneamente e riescano a rispondere alle esigenze dei cittadini con strumenti aggiornati».


Non vanno dimenticati, spiega poi De Menech, «gli incentivi economici per i Comuni che si fondono. Si tratta di 20 milioni di euro l’anno per dieci anni, utili per migliorare i servizi ai cittadini».

Più servizi, meno tasse, amministrazioni più snelle ed efficienti, minori costi istituzionali: saranno questi, secondo lo Spi Cgil del Veneto, i principali risultati che si otterranno. Renato Bressan, dirigente dello Spi, ha fatto un po’ di conti, scoprendo che le nuove realtà potrebbero contare sul contributo straordinario di circa 112 milioni di euro che in caso di fusioni lo Stato trasferirebbe nel complesso alle nuove amministrazioni spalmandoli in dieci anni. A questi si aggiungerebbero circa 5,5 milioni di euro che il Veneto stanzierebbe in tre anni ai nuovi Enti. Insomma, le fusioni rappresenterebbero un “affare” da circa 118 milioni di euro suddivisi in vari periodi. Una vera e propria boccata d’ossigeno per queste 26 amministrazioni che negli anni hanno subito una netta riduzione dei trasferimenti statali, passati in totale dai 19 milioni di euro del 2010 agli 11 milioni del 2018 (-42%). In campo anche la Cisl, con la segretaria Cinzia Bonan. «Siamo convinti che il referendum sia uno strumento efficace per alimentare un franco dibattito sulle necessità organizzative e sui livelli istituzionali del nostro Paese. Inoltre, incoraggiamo la politica a proseguire sulla strada delle fusioni dei piccoli Comuni, specialmente in quelle comunità dove c’è omogeneità di tradizioni, cultura e ambiente».

Oltre ai benefici economici di breve termine, come i maggiori trasferimenti statali, le fusioni permetteranno – per la Cisl – di raggiungere migliori risultati organizzativi e di specializzazione del personale, di avviare la semplificazione burocratica, di dare luogo a economie di scala. Così pure di razionalizzare e ridurre i costi amministrativi, di gestione e di rappresentanza istituzionale e politica, i cui risparmi potranno essere impiegati proponendo servizi sempre più mirati ai bisogni della popolazione. Non resta che aspettare l’esito della consultazione popolare. —


 

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