Chiude l’osteria, Casan perde l’ultimo luogo di aggregazione

Lina Orzes getta la spugna: «Da 65 anni dietro al bancone, l’età si fa sentire». Il cliente Vittorio: «Penultima partita a carte, poi ci ritroveremo al cimitero»

CASAN. Entrando nell’osteria Orzes di Casan, gestita da Lina Orzes, è impossibile rimanere indifferenti ai due cartelli appesi allo scaffale. Il primo è un sentito ringraziamento rivolto ai clienti, il secondo annuncia che il 30 dicembre sarà l’ultimo giorno d’attività.

«L’osteria era aperta già alla fine della prima guerra mondiale», dice fiera Anna Pia, forte della lunga tradizione famigliare nella conduzione del locale. Anna Pia è la sorella di Lina, e gestisce la piccola bottega di alimentari a fianco della storica osteria. Parla lei, perché inizialmente Lina è emozionata. La decisione di chiudere il locale è stata sofferta, e i gesti e lo sguardo un po’ insicuri dimostrano quanto sia stato difficile giungere a tanto.


«Dispiace per chi viene a giocare a carte nel pomeriggio, e per gli abitanti. Così il paese muore», dice Lina cercando di vincere l’emozione, «ma chiudo per limiti di età, non per altri motivi. Lavorare di domenica e nelle festività non mi ha mai pesato, ma quest’anno l’impegno si è fatto sentire e ho preso la decisione a malincuore», dice quasi scusandosi, tendendo a sottolineare quel “a malincuore”, perché con lei si chiude la storia famigliare legata all’osteria.

I suoi figli hanno «giustamente intrapreso altre strade», aggiunge poi. «Sono nata e cresciuta qua, e da qui non mi sono mai mossa», ci racconta, «i nonni decisero di avviare l’attività circa un secolo fa, tramandandola poi a nostro padre».

Con lei il cerchio si chiude «ma rimangono i ricordi molto belli legati alle persone passate qui dentro» dice ancora Lina. «Ho servito i clienti per sessantacinque lunghi anni, però ora non ce la faccio più. È vero, mio papà ha lavorato fino a 99 anni, ma aveva me e mia sorella ad aiutarlo, era diverso».

E a testimoniare gli anni trascorsi nel locale, le fotografie ingiallite appese alle pareti parlano di altre storie, e di altri momenti. Raccontano il passaggio dei clienti che negli anni si sono avvicendati, e mostrano come sia cambiata Casan nel tempo.

Tra i tanti avventori fedeli all’osteria c’è chi, come Vittorio, è venuto a bere un caffè prima del grande rito. «Sono qui per farmi la penultima partita a carte», dice sconsolato quanto la titolare. «Questo è l’ultimo punto di ritrovo per la collettività che dopo si ritroverà solo al cimitero».

È triste Vittorio, e le sue parole, oltre a esprimere il disappunto per una decisione che non riesce ad accettare, parlano anche di una paese che lentamente si spegne; sorte che riguarda molti piccoli comuni che, con la chiusura delle storiche attività, vedono spegnersi i luoghi di aggregazione per la collettività.

«Tocca ai giovani ora», conclude Lina in modo pratico, scacciando l’alone di tristezza. «È solo a causa dell’età», dice fiera, «se avessi vent’anni in meno continuerei a lavorare» e nel suo tono c’è la determinazione di chi, nonostante una decisione sofferta, ha comunque voglia di credere nel futuro. 

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