Debito di Roma allo Stato, il disagio dei sindaci della Lega

Amministratori infastiditi soprattutto dal fondo di solidarietà ma i parlamentarsi assicurano: non è detta l’ultima parola



Con il “decreto crescita”, approvato dal consiglio dei ministri il 4 aprile, il governo ha accettato di trasferire allo Stato il debito accumulato dal Comune di Roma: 12 miliardi di euro. Il provvedimento va oltre quanto deciso nel 2008, quando lo Stato era intervenuto sottoponendo a “gestione commissariale” il Comune di Roma. Ora, infatti, si stabilisce che il debito dei romani verrà pagato da tutti gli italiani. Una decisione che ha scatenato il sarcasmo di molti, come chi ricorda che l’Iran (81 milioni di abitanti) ha un debito di “soli” 10 miliardi e l’Uganda (34 milioni di abitanti) di 11 miliardi.


Tra quanti esprimono insofferenza, invece, ci sono alcuni amministratori della Lega, soprattutto quelli che vedono i bilanci dei propri Comuni già erosi dal fondo di solidarietà, una misura che toglie ai Comuni ricchi per aiutare quelli poveri, dove però con ricchi si intende virtuosi. I primi a farsi sentire sono stati gli amministratori trevigiani: Susana, Bet, Serena, Barazza e Pettenà quelli più espliciti, ma anche tra i pochi sindaci leghisti bellunesi il senso di fastidio non manca.

«Da sindaco di un comune alluvionato, che ha molti più problemi del passato e che sta facendo una grande fatica a rimanere a galla, provo un senso di disagio», dice Andrea De Bernardin, sindaco di Rocca Pietore. «Sapere che chi ha mal gestito viene nuovamente ristorato è pesante. Il nostro partito lo diceva già vent’anni fa e anche di più: sostegno ai virtuosi e a casa gli amministratori incapaci». E a chi gli fa notare che il suo partito ha scelto di cambiare nome (da Lega Nord a Lega) e questo inevitabilmente ha delle conseguenze, De Bernardin risponde laconico: «Guardi che sta parlando con un leghista della prima ora».

Parole simili a quelle di Mirco Badole, che oltre ad essere deputato è anche sindaco di San Gregorio nelle Alpi: «La Lega non fa certo i fuochi d’artificio per gli aiuti a Roma, ma non è solo Roma, è tutto il sud così e io resto contrario a questa valanga di soldi che va dalla parte sbagliata. Detto questo il provvedimento deve ancora passare in aula e non tutto è già stato deciso».

Silvia Cestaro, sindaco di Selva di Cadore, evidenzia il problema del fondo di solidarietà: «Siamo tutti presi con l’emergenza Vaia, il nostro obiettivo è risolvere i problemi causati dall’alluvione e in un momento così difficile vedere che somme ingentissime dei nostri bilanci se ne vanno al fondo di solidarietà, infastidisce non poco». Selva, paesino con 510 abitanti arrampicato a oltre 1.300 metri di altitudine, è infatti costretto a regalare ben 400 mila euro ai Comuni italiani con i bilanci in rosso, anche quest’anno, con tutti i danni causati da Vaia. «Avremmo bisogno di quelle risorse per eseguire lavori ordinari e straordinari, tanto più noi dell’Agordino che siamo area interna. Nessuno di noi pretende di più, ma almeno lasciateci i nostri soldi. Dal punto di vista politico molti di noi auspicano un cambiamento, che si pensi anche agli altri Comuni oltre che a Roma».

Il senatore Paolo Saviane però rassicura: «Non allarmiamoci, il decreto deve passare in Parlamento e Salvini ha detto che manca ancora l’accordo. Non vedo allarme in Senato, non c’è questa preoccupazione, voglio vedere la decisione finale».

Ancora più lapidario il consigliere regionale leghista, già alla guida del Comune di Belluno, Franco Gidoni: «Non ho sentito lamentele e sono anche commissario Lega a Padova. Non monto la panna». —

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