Addio a Berto Pellegrini, l’ultimo dei calzolai

Fabbro alla fucina della bisnonna, è stato anche organista e stradino. Creava giochi-scultura in metallo spinti dal vento

Nel giardino di casa ad Arabba, tra l’orto e le sue sculture segnavento, non si tirava indietro a raccontare perché ci raccontasse la storia della sua terra, e quindi la sua storia che di questa terra si è nutrita per 78 anni.

Quando raccontava la moglie Frida se lo mangiava con gli occhi, come fossero ancora gli anni Cinquanta, quando da scolaretti si facevano su e giù a piedi o in slitta il tragitto per finire le scuole elementari a Forte San Giovanni.


Un amore nato ad Arabba, cresciuto ad Arabba, consacrato da un matrimonio nel 1975 e due figli: un amore d’altri tempi che rimarrà per sempre ad Arabba.

Berto Pellegrini, classe 1941, l’ultimo dei calzolai come lo ricorderà la gente del paese, fino alla pensione è stato anche stradino per Anas, e prima ancora stagionale ai primi impianti di risalita, fabbro multitasking nella fucina della bisnonna, apprendista e poi guardiano del mulino di famiglia sul torrente Rio Boè, organista autodidatta in chiesa, apicoltore dal cuore tenero («con tutta questa pioggia, alle api in maggio gli portavo lo zucchero, perché non mi morissero»), artigiano e artista.

Da lui venivano ancora oggi per una cerniera, una saldatura, due tacchi, una suola. Un tuttofare, diceva lui.

Berto sapeva di essere malato e negli ultimi mesi era un po’ indebolito, ma confessava che sognava di andare a vedere come il figlio ingegnere aveva sistemato la nuova casa in Umbria, ma non ce n’è stato il tempo.

Berto è quello che, orfano piccolissimo di entrambe i genitori, è venuto su con la zia, il bambino che è cresciuto attorno al primo mulino di Arabba di proprietà della bisnonna, Toratia la Rossa, e di cui ancora è stato guida e custode per i turisti, è l’adolescente sfollato in Val Badia durante la guerra, che ha visto il nonno, soldato austriaco, tornare dal campo di prigionia di Orvieto, e che ha lavorato per mesi con gli uomini del paese per ripulire la sua meravigliosa valle dalle macerie dei bombardamenti.

È il giovanotto che, imparato in casa il mestiere di fabbro, ha custodito per anni i cimeli di un bombardiere americano precipitato sulla cima del Pizzac perché colpito da un caccia tedesco nel dicembre del 1945 («una battaglia aerea proprio sopra le nostre teste»).

E che a quei pezzi di metallo ha ridato vita trasformandoli poi nei suoi giochi-scultura: un omino che taglia i tronchi con la sega circolare; un calzolaio che batte sui tacchi, un contadino con la falce, un falegname con chiodi e martello, due omini che fanno girare un’elica.

Sculture perfette, in ferro, verniciate, issate su alberi, balconi, palizzate, tutte intorno alla bella casa di una volta.

«Se c’è vento lavorano bene – diceva con malcelato orgoglio Berto Pellegrini– con la tempesta Vaia sì che giravano, eccome se giravano». —



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