Il ministro Stefani: «L’autonomia? Per me era cosa fatta da un pezzo»

Anche lei era presente a Cima Grappa per le cerimonie

L’autonomia? «Un condominio senza fondamenta», è la risposta di Erika Stefani, ministro degli Affari regionali. A margine della cerimonia sul Monte Grappa, Stefani non gliele manda a dire proprio a nessuno. Sopratutto ai Pentastellati. Sorride, ma si capisce che è arrabbiata.. Ministro Stefani, ce la facciamo prima delle elezioni regionali a portare a casa questa autonomia?

«Non sono io che decido, se lo fossi l’autonomia si sarebbe già fatta da un pezzo. Abbiamo dovuto misurarci con questi alleati di governo, questa altra controparte di un contratto».


Controparte?

«Sì, controparte. Purtroppo ci sono state grandissime difficoltà nei rapporti. Non siamo riusciti a stendere un testo che trovi un accordo, perché la matrice, l’anima dei due movimenti, è profondamente diversa su questo tema».

Una volta per tutte, ci dica in che cosa è diversa.

«Noi nasciamo come un partito fortemente territoriale, con una forte spinta verso la possibilità che le decisioni vengano assunte più a livello territoriale che centrale. E questo è un pregiudizio fortissimo da superare. La trattativa, dunque, è tribolata e faticosa».

Non vorrà dire che è stata inutile.

«No, per lo meno siamo riusciti a individuare il punto di caduta del Movimento 5 Stelle. Ora sappiamo cosa vogliono e questo è già importante, visto che per tanto tempo non si sapeva».

Ora che cosa manca?

«Manca la parte fondamentale, perché puoi avere anche costruito tutti i piani di un condominio, ma se non hai le fondamenta, cioè la parte finanziaria, è come se tu non avessi fatto nulla. Su questo punto la discussione è ancora aperta».

Lei ha preparato un testo, dopo un confronto con i tecnici ed i ministeri. Adesso che cosa dovrà accadere?

«Una volta che si troverà questa quadra ci sarà un passaggio importantissimo, quando il presidente Conte dovrà confrontarsi direttamente con i presidenti delle Regioni, l’ultima parola è delle Regioni».

Lei, da ministro, conferma dunque che l’ultima parola non è del Governo.

«Non ci sarà nessun accordo finché non c’è una disponibilità a sottoscriverlo da parte delle Regioni. Io auspico che tutto possa andare a buon fine. Su questo tema ci sono stati tentennamenti e ritardi. La riforma della giustizia è stata presentata in consiglio dei ministri ed era stato preteso il voto immediato. Sull’autonomia un anno di discussione. Oggettivamente vediamo un po’ di differenza di trattamento sui diversi temi».

È per questo, dunque, che lei si è arrabbiata?

«Non so perché si parli della mia arrabbiatura. Mi è stata fatta una domanda: “Lei è stanca?». Ho risposto: “Io non sono stanca, ma arrabbiata”, perché dopo un anno non abbiamo ancora una definitiva presa di posizione da parte dei nostri alleati di governo. Lo ribadisco, ritengo che in tutto questo tempo sia stato possibile sviscerare e vivisezionare ogni norma. Il progetto è stato messo alla prova. Se n’è discusso purtroppo più fuori dalle aule parlamentari che all’interno».

Qual è la matrice dell’autonomia?

«Non è l’egoismo, non è la volontà di staccarsi, ma significa lasciare decidere i territori quello c

he a loro interessa. Significa trovare risposte più immediate, più celeri alle proprie esigenze, ma sopratutto significa essere più efficienti. Questo Paese ha bisogno di efficienza se vuole misurarsi col resto del mondo. Se vogliamo restare chiusi all’interno dei nostri confini allora ci trascineremmo tutti verso il baratro di un futuro dove tutto resta indistinto». —


 

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