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Moreno, senza una gamba in vetta alla Cima Grande

La dedica alla compagna: «Una volta in cima ho pianto e ho pensato a lei». «Fondamentale inseguire le emozioni, specie quando la vita ti priva di qualcosa»

Gianluca De Rosa
3 minuti di lettura



Sempre più in alto. Non è uno spot pubblicitario girato in montagna, ma vita vera, spinta ai limiti dell’estremo. L’imponderabile che diventa realtà, un sogno che si concretizza quasi miracolosamente. Un messaggio forte, che dalla vetta di Cima Grande si propaga in tutto il mondo: crederci sempre, arrendersi mai, anche di fronte alle difficoltà che solo la vita quotidiana sa riservare.

Un vortice di emozioni ha pervaso Moreno Pesce una volta raggiunta la vetta di Cima Grande, la più alta delle Tre Cime di Lavaredo. Quota 2.999 metri, scalati senza una gamba, con l’ausilio di una corda e di un arto artificiale.

Pesce non è nuovo a sfide di questo tipo. Costretto all’amputazione di una gamba dopo un drammatico incidente stradale in Cadore, non si è mai arreso facendo della sfida a sfondo sportivo uno stile di vita. È diventato un campione di vertical e trail running, testimonial della corsa in montagna da amputato. Una sfida nella sfida, alzando di tanto in tanto l’asticella, che venerdì ha raggiunto un livello probabilmente insuperabile.

Messa da parte la corsa, Moreno ha deciso di andare oltre: ha arrampicato sulla Cima Grande di Lavaredo, raggiungendo la vetta in poco più di sei ore. Ci è riuscito grazie al fondamentale supporto di due guide alpine auronzane, Lio De Nes e Mauro Valmassoi. Esperienza da vendere per entrambi, capofila del progetto Edelweiss mountain guide, che attorno alle Tre Cime accoglie sotto un’unica bandiera auronzani e pusteresi.

Moreno, come e dove è nata l’ennesima sfida della sua “nuova vita” da atleta amputato?

«È nata in maniera casuale. Nella primavera del 2016 incontrai Lio De Nes nei locali dell’allora ufficio turistico di Auronzo. Mi disse: devo portarti con me in montagna a scalare. Sono onesto, non mi aveva convinto. Avevo paura di arrampicare già prima dell’incidente, figuriamoci dopo. Eppure quelle parole mi rimbombavano nella testa. Ne parlai con la mia famiglia, dopo tre giorni chiamai Lio per dirgli che ero pronto a seguirlo».

La marcia di avvicinamento all’ascesa sulla Cima Grande dev’essere stata lunga...

«Mi sono specializzato nella corsa in montagna, vertical o trail poco importa, ma qui parliamo di tutt’altra cosa. L’arrampicata fa storia a sé, non puoi lasciare la cosa a metà, non puoi decidere di fermarti e ritirarti, a meno che qualcuno non ti venga a riprendere con un elicottero. Si instaura un rapporto fortissimo con la roccia e nel mio caso ci si affida anima e corpo, senza indugi, a qualcun altro: io mi sono affidato a Lio De Nes instaurando con lui un rapporto con va ben oltre la semplice amicizia».

Tutto nacque sul Paterno nell’agosto del 2016: ci racconi quell’episodio.

«Mi sono allenato tanto con Lio, ultimamente su Falzarego e 5 Torri, ma l’idea di salire sulla Cima Grande saltò fuori a fine estate del 2016 quando arrampicai per la prima volta. Eravamo sul Paterno, fu un’emozione incredibile. Una volta arrivato in cima scoppiai a piangere. L’avevo fatta grossa. Ho pianto anche venerdì una volta arrivato in cima alla Grande. Per un attimo ho riavvolto il film della mia vita, ho pensato alla mia famiglia, alle difficoltà, a un destino sovvertito con tenacia. Queste imprese ti fanno sentire vivo. Sono emozioni che vanno inseguite, a maggior ragione quando la vita ti priva di qualcosa. Il messaggio è lo stesso che ripeto sempre. Pensare “non ce la faccio” , a maggior ragione perché sei un amputato, è un errore. Usciamo di casa e proviamoci, un passo alla volta ma proviamoci».

Qual è stato il primo pensiero una volta in vetta?

«Mi sono fatto trasportare dall’euforia. Ho iniziato a gridare come un matto “ce l’ho fatta, ce l’ho fatta” . In quel momento Lio mi ha ripreso, era serio in volto. Mi disse: “Ce l’avremo fatta quando saremo tornati giù” . E aveva ragione. La discesa si è rivelata più complicata della salita. Ci abbiamo messo più tempo a scendere che salire. In totale 14 ore, dalle 4.20 del mattino quando siamo partiti da Auronzo. Una volta tornati all’attacco c’era la mia famiglia ad attenderci, la mia bimba e la mia compagna Antonella. Dedico soprattutto a lei tutto questo. Anzi, ne approfitto per dirle: ci torneremo insieme lì sopra. Lei, io e Lio. Non è un momento facile. Le ho dato appuntamento sulla Cima Grande di Lavaredo».

Dalle parole ai fatti: come fa un amputato ad arrampicare fino ad arrivare sulla Cima Grande di Lavaredo?

«Ho assunto degli accorgimenti, ad esempio utilizzare un arto più corto di 5 centimetri, molto leggero, costruitomi appositamente da un centro protesi di Budrio, che mi segue da tempo. E poi bando alla tecnica, servono tutte le forze per riuscirci. Ho i lividi dappertutto, ma non fanno male. Quando ne vale la pena non c’è nulla che possa farti male». —



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