«Il collegamento sciistico con Cortina? Mi sembra problematico»

Diego De Battista con le sue società ha in mano gli impianti dal Sellaronda a Malga Ciapela: «E' una riflessione da fare»

ARABBA

«80 milioni di euro di impianti, per collegare Cortina con il Civetta e Arabba? Da imprenditore del settore, non so se questa sia la scelta più saggia. Prima bisogna verificare se il territorio è pronto per questi nuovi investimenti. Cioè se è attrezzato per una puntuale accoglienza».


Chi parla è Diego De Battista, un giovane impiantista di Arabba, senz’altro “figlio d’arte” ma anche interprete anzitempo di quell’economia della sostenibilità che proprio i Mondiali prima, e le Olimpiadi poi, dovrebbero definitivamente lanciare ai piedi delle Dolomiti Unesco, patrimonio dell’umanità.

Lei ha 32 anni ma ha già le idee molto chiare.

«Ho cominciato a lavorare nel settore a 22 anni. Mio padre ha fondato la prima società impiantistica qui ad Arabba, erano altri tempi. Oggi le condizioni di mercato, i cambiamenti climatici e le sensibilità dei turisti impongono una svolta radicale».

Intanto cominciamo dal presente. Lei, a 32 anni gestisce insieme ad altri tre soci ben 14 impianti. Se li ricorda tutti?

«Ci proviamo. Abbiamo la “Impianti turistici Boè”, che detiene il 52% di Sofma (Società Funivie Arabba Marmaloda) e nel 2015 abbiamo costituito la “Arabba Fly srl”».

Recentemente, inoltre, avete assorbito la “Padon srl”. In questo modo, da Arabba, anzi dal Sellaronda, arriverete fino a Malga Ciapela. Ma quando riuscirete a riaprire gli impianti chiusi due anni fa?

«Nei giorni scorsi abbiamo avuto un importante incontro a Rocca Pietore. Abbiamo avuto conferma dall’Amministrazione comunale che sta già provvedendo alle opere antivalanga, alla costruzione di un vallo e all’installazione del sistema O’Bellx. Se i lavori finiranno entro l’inizio di questa stagione, potremo riaprire il secondo skilift Arei 2».

E l’Arei 1?

«Dobbiamo fare una riflessione. L’impianto è stato gravemente danneggiato dalla tempesta Vaia e anche la pista riscontra dei problemi. Non so se vale la pena riparare il tutto o sia meglio pensare a qualcosa di nuovo».

Ma le vostre società, oltre agli impianti che cosa hanno in carico?

«Abbiamo 6 rifugi, oltre ai 14 impianti».

Quanti collaboratori fate lavorare?

«Ben 250, con contratti diversi, soprattutto stagionali».

Dopo la Luxottica, pertanto, siete tra le più importante realtà imprenditoriali dell’Agordino…

«Mi fa piacere essere abbinato alla Luxottica ma noi abbiamo un modello imprenditoriale che vorrebbe essere diverso. Ci sentiamo parte intrinseca del territorio, per cui il nostro obiettivo è di far crescere questo ambiente in tutte le sue dimensioni, anche quelle sociali e culturali, oltre che economiche e sportive. Il tutto nel massimo rispetto dell’identità locale. Identità che è composita, che si arricchisce di tante biodiversità che vogliamo appunto tutelare. Noi rappresentiamo un insieme di aziende famigliari che non vogliono portare l’Alto Agordino alla massificazione».

Ci spieghi meglio. Voi rappresentate circa la metà del Pil territoriale, quindi fate massa…

«Sì, ma vorremmo far crescere tutte le “biodiversità” che ci sono sul territorio. Lo spopolamento lo contrastiamo se c’è un concorso di responsabilità. Ecco perché, ad esempio, per trattenere le coppie giovani abbiamo in progetto di aprire un asilo nido per le famiglie dei nostri collaboratori ma anche per la comunità locale. Allo stesso modo ci attiveremo per altri servizi».

Che c’azzecca questa filosofia della sostenibilità con le riserve che lei ha appena manifestato sui progetti da 80 milioni di euro?

«Non siamo contrari per principio ma vogliamo fare una riflessione, magari a voce alta. Ci chiediamo, collegamenti come questi sono davvero sostenibili per un ambiente quasi già saturo? Ben vengano anche nuovi impianti ma solo se sussistono le condizioni. Dalle nostre parti, ad esempio, la sostenibilità imporrebbe la riqualificazione degli impianti piuttosto che la costruzione di nuove strutture».

A parte il “Padon”, avete in programma qualche altro investimento?

«La sostituzione della seggiovia a quattro posti con una ad otto, tra Plan Boè e Corvara».

Ritornando all’ipotizzato collegamento tra Cortina ed Arabba, ritiene fattibile l’impianto tra il Passo Falzarego ed il Castello di Andraz e quello tra il castello verso l’altopiano di Cherz?

«Non lo so, vedo la cosa molto problematica. Ribadisco, però, che se ci sono decine di milioni di euro da investire, è opportuno farlo considerando tutte le esigenze del territorio, in modo che la rete impiantistica si integri puntualmente con le prospettive di sviluppo locale».

Lei, in altre parole, mette le mani avanti: no a cattedrali nel deserto.

«La mia non vuole essere una critica pregiudiziale. Suggerisco solamente di tenere conto, nei nuovi programmi di sviluppo, anche impiantistico, della saturazione che comincia a palesarsi nelle nostre valli. Abbiamo bisogno di crescere armoniosamente, senza fughe in avanti da parte di questo o di quest’altro settore. Vogliamo, insomma, che la nostra gente si fermi in valle perché qui sta bene, ha servizi e lavoro. Ma, appunto… anche servizi». —
 

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