Dall’Enaip allo show tivù la chef Victoire ora sogna una sua scuola in Congo



. Sorriso luminoso, parlantina travolgente, Victoire Gouloubi, nata a Brazzaville nella Repubblica del Congo, è una forza della natura. Arrivata in Italia nei primi anni Duemila per proseguire gli studi universitari cominciati nel suo Paese, oggi è una chef affermata con molti progetti a Milano e un cooking show, “Il tocco di Victorie”, in onda al martedì alle 21.30 su Gambero Rosso.


La sua è una storia di successo ma soprattutto di grande tenacia, esempio per molti ragazzi di seconda generazione, cominciata a Feltre un po’ per caso, un po’ per passione.

«Sono arrivata nel 2002», spiega, «inizialmente dovevo fare Giurisprudenza ma le spese di vitto e alloggio erano importanti e non potevano essere coperte da una sola borsa di studio».

Allora, su consiglio dello zio, pensò a una scuola professionale, «una formazione di un paio d’anni che mi permetteva di lavorare allo stesso tempo; tra le diverse voci, mi interessava quella culinaria e mio zio scelse l’Enaip di Feltre, anche per permettermi di integrarmi meglio. Ero l’unica africana».

Ti sentivi diversa? «No, non diversa, normale; piuttosto, mi sentivo sola. Vedevo lo stupore tra la gente, ma ho sempre amato le sfide».

Cos’era per te la cucina?

«La cucina era da sempre una passione, l’avevo già nel sangue quest’idea di fare cucina. In Africa è fondamentale saper cucinare. È importante lo studio, ma il cibo è l’anello, il legame prezioso che unisce le famiglie a tavola, è un modo per poter condividere. È un elemento di inclusione, di crescita; un ponte dove diversità e contaminazioni sono sempre un grande valore».

Come nella vita… «Vent’anni fa era difficile, ora è molto più doloroso, soprattutto per i ragazzi dell’età di mio figlio, ma la provincia di Belluno sta guardando avanti: all’epoca eravamo dieci neri, ora ci sono molti stranieri, grazie a Luxottica. Per me cominciare da qui è stato fondamentale: ho imparato la fatica e il sacrificio del vero lavoro. E ne sarò sempre grata».

Torni spesso? «Ci sono stata a settembre. Ho mantenuto i contatti (le prime esperienze lavorative all’hotel Cristallo di Cortina). Ora mi piacerebbe poter parlare nelle scuole, soprattutto ai ragazzi di seconda generazione… portare loro un messaggio di speranza. Vorrei far capire che la differenza non l’ha creata l’essere umano ma la natura; non è un mancamento, bisogna accettarla, e che unita a un grande impegno può portare molto».

Cosa diresti ai ragazzi che, come te allora, oggi arrivano in Italia alla ricerca di una vita migliore? «Quello che mi sento di dire a questi ragazzi è di avere un obiettivo. Avere la consapevolezza di andare in contesti molto sviluppati e di dover portare qualcosa per distinguersi: devi sapere esattamente cosa andrai a fare. Ecco, che non si rinchiudano in loro stessi ma che siano consapevoli di fare e che facciano la differenza».

Cosa vedi ora nel tuo futuro? «Mi piacerebbe poter costruire un scuola d’eccellenza in Congo: un luogo di scambio di conoscenze e di tradizioni; una scuola che possa ricevere il battesimo da parte di tutti gli chef che mi hanno accompagnato durante questo mio percorso. Vorrei far capire, nel mio Paese, che chi diventa cuoco, chef, sommelier fa un lavoro d’eccellenza, un lavoro nobile. Perché quando ho cominciato io, c’era questo pregiudizio per il quale chi faceva cucina era “a servizio dei bianchi”. Insomma, vorrei tornare alle origini». —





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