Insulti e razzismo sui cellulari: i primi segnali alle Elementari

Ufficio scolastico provinciale in prima linea per informare genitori e ragazzi. Presto una nuova indagine sul benessere dei giovani e incontri con le famiglie

BELLUNO

Cellulari usati per lanciare frasi vessatorie, insulti nazisti e inviare anche foto hard: questi fenomeni non interessano solo i ragazzi delle medie, ma anche gli studenti delle elementari. Insomma, l’allarme lanciato dalla preside del comprensivo Tina Merlin, Bruna Codogno in una lettera inviata a tutti i genitori degli studenti delle medie, è molto più vasto e diffuso in provincia di quello che si può immaginare.


E ne sono consapevoli anche all’Ufficio scolastico territoriale dove Franco Chemello sta lavorando da qualche anno su questo fronte.

Responsabile degli interventi educativi, componente per il bellunese dell’Osservatorio regionale per il bullismo e cyberbullismo, Chemello ha messo in piedi diverse iniziative. Ma altre saranno attivate «perché quella dell’uso improprio dei social è diventata una emergenza anche per il Bellunese».

La situazione

Il professore spiega che «dopo l’indagine su bullismo e cyberbullismo di qualche anno fa, abbiamo attivato dei percorsi educativi ad hoc all’interno delle scuole, abbiamo organizzato degli incontri con i genitori, abbiamo istituto, grazie all’input del Ministero, dei team appositi per questi problemi all’interno di ciascun istituto. Ma pare che non basti. Notiamo molta inconsapevolezza da parte dei genitori nell’uso dei social tanto che rifilano ai figli in età infantile tablet o cellulari per giocare, abdicando in questo modo al loro ruolo educativo: gli adulti non giocano più con i loro figli, limitando il loro sviluppo neurologico e non creando le condizioni per trasmettere quegli strumenti conoscitivi utili per aiutarli ad affrontare le difficoltà reali della vita».

Questo crea problemi a livello cognitivo, problemi che sempre di più si riscontrano tra i nuovi iscritti. Sono in aumento infatti i ragazzi con decifit certificati che necessitano del sostegno. E non si sa ancora quali sono gli effetti delle interferenze elettromagnetiche sul cervello in formazione di un bambino.

«A questo si associa un aumento del disagio, della fragilità, della solitudine. E poi cosa dire della confusione tra vita reale e vita virtuale?», dice Chemello. «Pensando che il virtuale non si interfacci con il reale i ragazzi si sentono protetti nel postare qualsiasi cosa sui social. Ma non sanno che quello che finisce in questi contenitori resta per sempre e potrà avere dei risvolti negativi per la loro vita».

Il nuovo fenomeno

Chemello lancia anche un altro allarme: «Quello che sembrava un fenomeno relegato ai paesi asiatici, ora sta arrivando anche da noi. Sto parlando degli hikikomori, i ragazzi che sono talmente rapiti dall’uso di questi strumenti del mondo virtuale che non escono più di casa, evitano i contatti con le persone e i genitori sono costretti a parlare con loro al di là di una porta. Ecco, questi esempi si stanno già riscontrando in Italia».

Cosa si può fare

«Per prima cosa evitiamo di dare cellulare e tablet ai bambini piccoli almeno fino alle medie. Poi diventiamo più consapevoli sul loro uso e sulle regole di questi strumenti. Per questo, come ufficio scolastico cercheremo di riproporre dal 2020 altri momenti di incontro con i genitori per spiegare loro come funzionano i sociali, i rischi che ne derivano».

Ma visto il diffondersi del fenomeno, l’ufficio per gli interventi educativi intende riproporre agli studenti un’indagine, come quella sul bullismo, ma questa volta incentrata sul benessere. Benessere è un termine che collega vari aspetti della vita, anche quello legato alla relazione con gli altri. «I ragazzi hanno bisogno di un additivo, cioè di un aiuto virtuale per sentirsi bene? Credo», conclude il professore, «che serva un patto di alleanza tra genitori e scuola per gestire al meglio questi strumenti. Tutti dobbiamo sentirci investiti di questa responsabilità. Invece, purtroppo ora è più facile che un genitore se la prenda con l’insegnante per un brutto voto dato al figlio, piuttosto che chiedersi come mai abbia questi risultati e dedicare più tempo a stare con i ragazzi, aiutandoli a capire quello che è giusto e si può fare». —


 

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