Il vescovo: «Ci salviamo nelle emergenze: questa capacità si trasformi in progetto»

Mons. Marangoni parla di amministratori locali “tra Scilla e Cariddi”, tirati da una parte e dell’altra, ma tratta anche di lavoro con le crisi di Wanbao e Acc

BELLUNO

Trasformare in progetto, anche politico, quanto i bellunesi hanno “improvvisato” per salvarsi dalla tempesta Vaia. È l’impegno che il vescovo di Belluno Feltre, mons. Renato Marangoni, sta cercando di portare avanti con la sua Chiesa e con i pubblici amministratori, coinvolgendo le stesse comunità. Lo dice chiaramente in questa intervista al “Corriere delle Alpi”.


«Ora mi preoccupa che quello che abbiamo lì sperimentato – afferma a riguardo dell’emergenza Vaia – diventi “progettuale” e ci permetta non solo di essere ancora bravi nelle emergenze ma di creare progettualità, rappresentazioni nuove di vita comunitaria, di solidarietà, di “destino comune”, di politica, di vita associativa, di lavoro condiviso, di libere coscienze che dialogano».

Non succede ancora?

«Manca una riflessione che traduca in un progetto di comunità quanto nella circostanza di Vaia abbiamo con efficacia “improvvisato” per salvarci…».

Lei ha voluto incontrare, per il Natale, i pubblici amministratori, i sindaci e i parlamentari. Come li trova i nostri amministratori e cosa si attende da loro?

«L’incontro con i sindaci e i parlamentari era da me desiderato da tempo. Già lo scorso anno, subito dopo l’elezione dei nostri attuali parlamentari – ne abbiamo 6 in provincia, tra questi ora un ministro – ci siamo incontrati con loro per un dialogo in cui i vari responsabili di ambiti pastorali della diocesi hanno loro esposto alcune problematiche che si riflettono nel vissuto delle nostre parrocchie. Dunque per me è insito al mio ministero questo confronto».

Lei sostiene che il compito di un vescovo e quello di un sindaco ha delle assonanze.

«Quando ho iniziato il mio ministero di vescovo, incontrando i sindaci e le altre autorità, ho paragonato l’esposizione pubblica del mandato di vescovo e la responsabilità che ne comporta a quella dei sindaci e delle altre figure di rappresentanza della comunità civile. A questo livello c’è comunanza di assunzione di responsabilità, di dedizione alla comunità, di impegno personale, di rispetto delle istituzioni, di doveri verso la popolazione che si serve».

Li trova in difficoltà, i nostri amministratori pubblici?

«Li trovo tra “Scilla e Cariddi”: questa strettoia, con una duplice polarità che attrae e mette in difficoltà lacerando interiormente chi la vive, oggi anche in loro è molto evidente. Vedo amministratori imbarazzati, tirati da una o dall’altra polarizzazione e, in questo, esposti… Spesso ci si lascia attrarre da ciò che non tiene dinamicamente insieme finalità di servizio e coerenza personale».

Fondamentalismo e populismo rischiano di sbarcare perfino nei Comuni. È per questo che lei desidera parrocchie che si facciano carico anche delle attese della comunità civile?

«Sogno comunità parrocchiali che assumano la profezia evangelica, come abbiamo detto negli Orientamenti pastorali di quest’anno. Crediamo che il Vangelo sia fonte e potenziale di luce per ogni vicenda e condizione di vita. Chiaramente questo non va inteso né nella declinazione del fondamentalismo né in quella del populismo, tantomeno banalmente e – peggio ancora – strumentalmente per ottenerne privilegi a scapito del bene comune e della giustizia sociale».

Quindi non chiedete privilegi?

«No, siamo a servizio. Abbiamo condiviso con i Sindaci che anche per loro c’è un rapporto con le persone e le comunità che si impatta con la loro dimensione di spiritualità e di religiosità. Dinnanzi a chi è chiamato ad un servizio ci sono persone concrete con la loro storia e ci sono comunità articolate e complesse».

Lo spopolamento come interpella la diocesi? Da dove partire per frenarlo, per trattenere soprattutto le coppie giovani?

«Dal riconsegnare vitalità alle comunità. Se una realtà è “bella” perché si vive bene in essa, seppure piccola, si accendono altre ragioni – quelle del cuore – per sceglierla, per appassionarsi ad essa, per farsene carico… Certamente è possibile se tutti gli attori vi concorrono».

È ciò che sta accadendo?

«Ci sono anche condizioni concrete che occorre garantire e offrire. Non vedo disponibilità, però, a livello anche istituzionale, a pensarla così e a cercare soluzioni in questo senso. Attualmente le scelte e le dinamiche di chi ci governa sono di non considerazione delle persone e di ciò che è loro costitutivo – cioè essere comunità – ma guardare e misurare tutto secondo altri criteri che alla fine producono nuove forme di ingiustizia sociale».

Ma la Chiesa di Belluno Feltre si limita ad essere coscienza critica?

«No. Proprio per questo nell’ambito del welfare di identità territoriale a cui abbiamo dato piena adesione e partecipazione, abbiamo lanciato il progetto per gli asili-nido. Ne siamo convinti come Diocesi. Non basta questo, ma misurarsi con i bisogni reali, valutati, visti in prospettiva e accompagnati se attivano un processo… tutto questo occorre portare avanti con passione e coraggio».

È il lavoro la priorità?

«Il lavoro è fattore di insostituibile incidenza, non può essere isolato. Non esiste solo un problema del lavoro. C’è il problema del tessuto relazionale e comunitario da sostenere, c’è quello del rapporto con le nuove generazioni da reimpostare (troppo lontano da esse si è costruito futuro che in realtà è diventato “frustrazione del loro futuro”); c’è poi la questione “vita familiare” da ricomprendere addirittura nei suoi modelli; c’è anche la dimensione spirituale emarginata purtroppo, anche con il nostro concorso di Chiesa, quando non ci siamo lasciati rinnovare. Ci sono molti indicatori nell’ambito delle neuroscienze che aprono scenari nuovi, inattesi e inediti a riguardo: le persone sono anche un “capolavoro di spiritualità”, tutte…: in questa prospettiva ci troviamo tutti con dei “pregiudizi culturali”».

I giovani, per restare, di che cosa hanno bisogno? Lei li frequenta spesso.

«Sono rimasto colpitissimo dall’esperienza dell’estate scorsa fatta con una quarantina di giovani sopra i 18 anni, in pellegrinaggio a piedi sulla via di San Francesco, da Sansepolcro ad Assisi. Ho riscontrato una grande domanda purtroppo da noi adulti ignorata. Questi giovani hanno fatto intravvedere un’interiorità che noi – delle generazioni precedenti – abbiamo riempito altrimenti o concretamente fatto ritenere non-redditizia, non adeguata alle esigenze di successo a cui li abbiamo costretti».

Dalla Wanbao alla Safilo le crisi si rincorrono…

«Ecco, occorre smetterla di pensare al “mio” lavoro, alla “mia” azienda, alla “mia” categoria, al “mio” profitto… Questo per tutti! Anche per le nostre comunità parrocchiali…».

Arriveranno grandi eventi sportivi in provincia, con grandi investimenti. I bellunesi come possono non perdere l’anima? E mantenere, ad esempio, la consapevolezza di restare custodi di questo creato?

«È un capitolo che dà trepidazione. Se non si comincia da ora non tanto a spartirsi fondi, ad avere successo perché dimostreremo di essere bravi, ad ottenerne semplicemente qualcosa, ma a ripensare rapporti nuovi a tutti i livelli, prendendo a cuore le tante situazioni di non-cultura, di arretramento, di minor qualità di vita, di povertà, di flessione dell’associazionismo, di sfiducia nella società civile. Allora può succedere che risulteranno apparentemente vincitori coloro che faranno la prima partita e si vedranno primeggiare in tutti i social e gli schermi, ma con la drammatica conseguenza di troppi giocatori esclusi».

I bellunesi rischiano davvero di restare esclusi dai grandi eventi, cioè di non poter partecipare come “giocatori”?

«Mi sembra che ora nessuno si preoccupi di informare e formare a questi nuovi eventi sportivi le comunità, le persone nelle loro situazioni di vita. Sì, occorre “formare” per coinvolgerci comunitariamente. Anch’io mi sto interrogando su che cosa siamo sollecitati pastoralmente. Dovremmo aprire da subito un laboratorio pastorale».

Il suo augurio di Natale?

«Il Natale ci coinvolge tutti. La celebrazione della nascita di Gesù, a quel tempo… in quell’angolo del mondo… è perché tutti siamo nati e siamo sollecitati a celebrare il “nostro” Natale che è “venire a questo mondo”, è “essere stati dati alla luce”… Che Gesù sia confessato dai cristiani come il “salvatore di tutti” significa proprio questo riscatto della nascita e della vita di tutti. Diamo vita alla vita». —
 

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