Appartamenti danneggiati, chiusa “Casa Coletti” a Feltre

Necessarie riparazioni negli alloggi destinati alle donne vittime di violenza. Saranno i Comuni di residenza di chi utilizza gli alloggi a dovere pagare l’affitto

FELTRE.  Per gli accessi a Casa Coletti, saranno chiamati finanziariamente in causa i Comuni dove le donne risiedono. La struttura costa troppo, secondo le valutazioni del consiglio di amministrazione dell’Azienda servizi alla persona, e per troppi casi l’appartamento assegnato non viene lasciato entro un anno perché mancherebbe la volontà, da parte delle destinatarie, di rendersi autonome nonostante il piano concordato con l’assistente sociale.

Casa Coletti è dunque al centro di un dibattito e di un chiarimento che chiama in causa istituto Carenzoni, proprietario dell’immobile, Azienda municipalizzata servizi alla persona che ne gestisce gli accessi e Comuni del distretto feltrino. Che dall’anno in corso sarebbero chiamati a pagare l’affitto mensile per conto delle donne inviate alla struttura.


È su questa ipotesi che si è confrontato il consiglio di amministrazione della Municipalizzata, dovendosi misurare con le spese per rimettere a posto gli alloggi lasciati dalle destinatarie, per la sistemazione dei box doccia e della rete idraulica e con il preventivo di spesa per cambiare i termostati di appartamenti e camere per regolare la temperatura a non più di 22 gradi. Insomma, Casa Coletti si è dovuta chiudere per interventi non più differibili e adesso dovrà essere riaperta ad altre condizioni.

Come si è evidenziato nella relazione al bilancio previsionale, prodotta dal Cda presieduto da Angelo Dalla Costa, Casa Coletti sarà messa a disposizione per i Comuni che appartengono al distretto di Feltre ponendo a loro carico il pagamento dell’affitto mensile. Anche perché l’azienda deve rientrare di spese troppo alte da sostenere visto che il canone di affitto concordato con l’istituto Carenzoni “crea un divario fra costi e ricavi non colmabile, se non applicando tariffe mensili pari agli affitti nel libero mercato”. Si evidenzia a questo proposito l’elemento “fortemente critico della gestione delle uscite obbligatorie dalla struttura nelle situazioni in cui non viene rispettato il progetto di assistenza”.

Questo significa che i sei miniappartamenti (camera, bagno e cucina/sala) di cui due accessibili per persone con disabilità, e le quattro camere (stanza da letto e bagno), tutti arredati e dotati di biancheria coperte e stoviglie, non dovrebbero essere occupati per più di un anno. In questo periodo, fra le donne che occupano l’alloggio e l’assistente sociale dedicata dell’Azienda, va concordato e sviluppato un progetto individualizzato, sottoscritto dalla richiedente, che è finalizzato all’autonomia e al reinserimento sociale. Facile a dirsi, più difficile da concretizzare.

“L’entrata in struttura non ha alla base un contratto di affitto”, si evidenzia dal Cda, “ma un progetto di assistenza”. Da qui la necessità di battere cassa ad ogni comune inviante anche per non incorrere nel rischio di assommare troppe “residenti” in capo a un solo comune, quello di Feltre. Così fra le attività da sviluppare nel corso del 2020, ci sono l’apertura di Casa Coletti ai residenti del distretto di Feltre. Sarà valutata peraltro l’ipotesi di un protocollo con le forze dell’ordine per dedicare una stanza della struttura alle situazioni di emergenza (in piena notte o nei giorni di festa) per le donne maltrattate del feltrino, in attesa che intervengano i servizi sociali preposti. —
 

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