“Elbec”, quando un’azienda è sinonimo di montagna

A Rocca Pietore l’imprenditore Sordini è anche un punto di riferimento per escursionisti e turisti: «Produciamo calze, berretti e fasce: il prezzo non è basso, ma c’è tanta qualità»

BELLUNO. I “Custodi del territorio”, ovvero allevatori, agricoltori, artigiani, trasformatori e commercianti - uomini e donne - che si impegnano, giorno dopo giorno e in ogni condizione atmosferica, per tenere vivi paesi e tramandare ai posteri mestieri e tramandare, usi e costumi che altrimenti verrebbero dimenticati. Il tutto con un approccio etico, sano ed ecologico.

Tutto questo è “DDolomiti”, il progetto partito un anno e mezzo fa, che riconosce il valore assoluto di questo immenso patrimonio, non soltanto per tutelarlo ma soprattutto per promuoverlo attraverso l’edizione rivisitata de “La Bottega dei Custodi del territorio”, una “guida sostenibile del turista consapevole” alla scoperta di 45 aziende, agricole e non, selezionate secondo precisi criteri di sostenibilità ambientale.



Inizia oggi il nostro percorso alla scoperta dei “Custodi del territorio”, partendo da Federico Sordini, che ha radicalmente cambiato stile di vita per il suo amore verso le terre alte.

Giungere da Roma alla Val Pettorina è un attimo se sei amante della montagna e della vita appartata, soprattutto dopo le delusioni prese in alcune esperienze internazionali di lavoro. Per la verità Sordini si è ritrovato a vivere nel Bellunese un po’ per caso, visto che veniva al nord per arrampicare, anche se a onor del vero più nella zona dell’Alto-Adige. Poi sono nati i figli e con la moglie ha deciso di trasferirsi qui, dove i prezzi delle case sono decisamente più accessibili.

«Con il tempo ce ne siamo innamorati perché è un ambiente totalmente selvaggio, non come in Trentino dove la natura è stata in larga parte antropizzata». Dal 2015, poi, si sono lanciati in un’avventura imprenditoriale che sta ripagando sudori e fatiche e li sta ancorando ancora di più della Regina.



Partiamo dal nome: cosa vuol dire?

«Tutti lo pronunciano “Èlbec” ma in realtà è nato come “El béc”. Infatti il logo che abbiamo scelto rappresenta la testa del caprone, ovvero il maschio della pecora merino, la cui lana è proprio quella che utilizziamo per i nostri prodotti. Il “becco” poi è un termine che generalmente rimanda alla montagna sotto vari punti di vista, faunistici e floreali.

Com’è nata questa nuova idea?

«Dalla mia passione per le attività sportive che pratico da sempre in alta quota, oltre che dall’amore e dal rispetto per la montagna e le sue tradizioni. Abbiamo deciso di creare una linea di accessori tecnici quali calze, berretti e fasce usando filato etico e naturale. Abbiamo anche una linea di calze di lana merino bio e a breve lanceremo anche una nuovissima linea di magliette».

Cosa vi distingue sul mercato?

«Tutto il merino che utilizziamo è certificato “no mulesing”, quindi la pecora non viene seviziata con pratiche barbare per impedire che si sporchi il vello con gli escrementi. La qualità del nostro prodotto è estremamente elevata e abbiamo una serie di certificazioni che ci fanno paragonare al biologico nel settore alimentare. Avendo poca produzione andiamo alla ricerca del minimo dettaglio, per essere i più trasparenti e onesti possibile».



Dove si trovano questi allevamenti?

Stiamo lavorando per cercare di ridurre al massimo le distanze e fare un prodotto il più possibile a chilometro zero. Il problema è che il tipo di lana che abbiamo selezionato ha un diametro di fibra pari a 18 micron e proviene esclusivamente da allevamenti che si trovano in Australia, Cina e Nuova Zelanda. Ci stiamo orientando verso una filiera italiana anche per ridurre l’impatto ambientale legato al trasporto del materiale, ma il problema è che la lana merino in Italia non esiste. Siamo in contatto con un allevatore abruzzese che ha una razza merinizzata, la quale permette di ottenere una finezza del filato non extrafine ma comunque soddisfacente. Stiamo pensando di lavorare con la lana della razza veneta Brogna, ma si tratta di una qualità molto lontana dalla merinos, con 27 micron di diametro».

Si sente un “custode del territorio”?

«Sono vicepresidente della sezione Cai “Eliana De Zordo” di Caprile e ormai conosco benissimo la zona, sono un punto di riferimento per escursionisti e turisti. Con mia moglie faccio manutenzione periodica dei sentieri e questo per me è sicuramente sinonimo di essere un custodire un territorio. L’idea di fondo è che la montagna si spopola ma essere presenti con un’attività economica che è legata ad essa può invertire la tendenza».



Dove si possono trovare i vostri prodotti?

«Vendiamo prevalentemente online e attraverso una rete di una ventina di rivenditori. Ogni anno facciamo circa 300 spedizioni che possono avere dai 2 ai 5 capi. Siamo consapevoli che il prezzo di vendita non è basso, ma per la qualità che offriamo il nostro margine di guadagno è comunque minimo. Dall’8 dicembre ci potete trovare anche in un piccolo negozio che abbiamo aperto a Caprile, di fronte all’hotel Posta».

La vostra storia è contenuta nella guida “Custodi del territorio”.

«L’iniziativa “DDolomiti” è ottima, il problema è che per partire ci vuole un grande coraggio, nel Bellunese come altrove: aprire una partita Iva partendo dal nulla non è facile, o ci sono spalle coperte oppure può essere un rischio. Il problema fondamentale è che scomparendo l’artigianato, l’agricoltura, l'allevamento e le tradizioni, il territorio viene automaticamente abbandonato. Da quando siamo stati inseriti nella guida abbiamo avuto un boom di contatti, quindi siamo contenti e grati di essere entrati a far parte di questo circuito, in cui crediamo molto serve un progetto di rete e meno turismo, solo così preserveremo la vera natura di questa terra». —


 

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