Belluno. Dai Romani fino all’800. Viaggio nella storia di palazzo Olivotto

I lavori sul manufatto hanno riportato alla luce i segni di botteghe medievali e di antichi reperti di ceramica

BELLUNO. Dall’epoca romana fino ai primi del Novecemto. Sono cronologicamente variegati i ritrovamenti fatti durante le operazioni di ristrutturazione di palazzo Olivotto. Segno che l’immobile ha avuto una storia complessa, che attraversa vari spazi temporali.

A cercare di capire cosa c’era prima dell’odierno edificio (all’interno del quale saranno ricavati alloggi per giovani coppie) è l’archeologo Davide Pacitti, scelto dall’Ater e accreditato dalla Sovrintendenza. Lo studioso ha raccolto i reperti, li ha catalogati e ora li sta esaminando. Ieri mattina, per la prima volta da quando sono iniziati i lavori, il palazzo ha aperto le sue porte. Ad accompagnarci in questo viaggio nel tempo, il direttore dei lavori Karen Cecchin, la presidente di Ater, Ilenia Rento e il dirigente tecnico dell’azienda, Raffaele Riva.



I ritrovamenti

Al piano terra di palazzo Olivotto, «scavando per soli 30 centimetri sono emersi manufatti che rimandano a epoche passate», dice Rento. A questo punto l’intervento è stato sospeso ed è entrato in azione l’archeologo Pacitti, che ha iniziato a scavare fino a un paio di metri sotto il piano di campagna.

Durante queste operazioni è stata ritrovata una sequenza stratigrafica di epoche che vanno dall’800 all’epoca romana. Dal pavimento su cui oggi si può camminare, che risale al 1800, si arriva a una scala del 1500, per poi scendere di circa due metri fino a un pavimento con riporto di ceramica romana. Parliamo di anfore e vasellame. L’archeologo, su indicazione della Sovrintendenza, ha raccolto in sacchetti questi frammenti, li ha catalogati e ha iniziato a datarli.

Ma non è finita. Grattando, sulla parete sopra il ritrovamento romano sono emersidei graffiti che sono stati fotografati: fanno pensare a una piattaia, quindi a una bottega, forse un panificio nel 1800. L’area oggi occupata dall’immobile di via Duomo era quindi occupata da altri edifici dal periodo tardo medievale fino all’epoca contemporanea e nel tempo ha subito diverse modificazioni. In una stanza attigua al piano terra è stata poi ritrovata la testa di un muro romano, manomesso nel tempo per inserire la fognatura. A lato di uno dei due ingressi, quello che dà su via Duomo, sono stati infine notati i segni di un paio di botteghe, la cui epoca è ancora motivo di studio da parte dell’archeologo. «Di questi scavi», spiegano i responsabili, «non rimarrà segno all’interno del palazzo, perché saranno ricoperti prima con un geotessile, un tessuto simile al pile che servirà per dividere i due materiali, poi con del ghiaino. Sopra di essi sarà realizzato il vano ascensore, i bagni e un pavimento nuovo con sotto servizi. Tutto ciò che è stato rinvenuto rimarrà documentato».



La storia

L’unica cosa che sarà conservata sono le arelle lignee al secondo piano del 1800, usate all’epoca per dividere una stanza dall’altra. Si tratta di una tecnica particolare (ora sostituita dal cartongesso) che va quindi conservata. «Il palazzo è stato trovato in un pessimo stato di conservazione, sia dal punto di vista architettonico che statico», dice l’architetto Cecchin, che poi spiega: «L’immobile come lo conosciamo oggi consta di due fabbricati: quello verso la strada, di proprietà della famiglia Marozza di Belluno, la cui sigla è ancora visibile nel palazzo in pietra di Castellavazzo, e un fabbricato retrostante più recente di proprietà di Angelo Olivotto, di professione bottaio». —


 

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