«L’Italia mi ha dato tanto, qui c'è il mio futuro». Ma Alpha rischia di doversene andare

Mamadou Alpha Sow (a sinistra) con l’amico Ibrahim nel loro posto di lavoro alla Grandi Forni di Paludi

Il 25enne della Guinea è arrivato con un barcone, si è integrato e lavora ma non ha lo status di rifugiato e teme per l’Appello

BELLUNO

Le cicatrici che porta sul viso non nascondono il suo sorriso. Radioso, gli contagia anche gli occhi. Ma c’è un velo di preoccupazione. Il 30 marzo Mamadou Alpha Sow, 25enne nato in Guinea, rischia di dover lasciare l’Italia. La terra che lo ha accolto, che gli ha dato un futuro, il paese nel quale è riuscito ad integrarsi e nel quale vuole vivere.

Alpha è un richiedente asilo e non ha lo status di rifugiato. La richiesta gli è stata bocciata dalla commissione. Ha fatto Appello, e il 30 marzo conoscerà il suo destino. «Non voglio andarmene», confida, con il sorriso che si spegne. Il “fratello” Ibrahim, anche lui arrivato dalla Guinea come richiedente asilo, gli sta vicino, lo conforta. Ma Alpha ha trovato una spalla anche nel suo datore di lavoro, Gianluigi Balbinot, che sta cercando di aiutarlo come può. «È un ottimo lavoratore e un bravissimo ragazzo», racconta il titolare della Grandi Forni bellunesi - Profumo di pane. «É assurdo che un ragazzo che si è integrato nella nostra comunità, che studia, lavora e paga le tasse, debba andarsene solo per colpa di una norma».

Perseguitato in patria

Il decreto Salvini ha stretto le maglie per i richiedenti asilo. E Mamadou Alpha sa che non sarà facile vincere l’Appello. Ma se tornasse nel suo Paese sarebbe perseguitato. «Siamo una minoranza etnica», spiega l’amico, ma nel cuore è un fratello, Ibrahim. «I Fulani sono perseguitati da chi governa il nostro Paese. E poi da noi ci sono la fame, la povertà, siamo andati via per avere un futuro migliore».

Il viaggio è quello che hanno fatto tantissimi migranti partiti dal cuore dell’Africa: «Siamo qui per miracolo», raccontano i ragazzi. «Abbiamo usato tutti i mezzi possibili, ma soprattutto abbiamo camminato. Tanto, nel deserto». La fatica è solo immaginabile.

Il viaggio, la Libia, Lampedusa

I ragazzi, che si sono conosciuti una volta arrivati a Belluno, hanno pensato spesso di non farcela. Sono arrivati in Libia. Alpha ci ha messo sette mesi, Ibrahim sei.

Il loro racconto non entra nei dettagli di quello che hanno sofferto, ma Alpha mostra due cicatrici che ha sul volto. «Ho lavorato cinque mesi per riuscire a pagarmi il viaggio per l’Italia, perché non avevo nulla», continua. «Prima di partire mi hanno preso tutto: il telefono, i pochi soldi, la carta d’identità e il passaporto. Lo fanno a tutti, per questo motivo arriviamo in Italia senza documenti».

La traversata sul barcone è stata durissima. «Eravamo in 135, metà sono arrivati a Lampedusa». Mamadou Alpha era fra i sopravvissuti.

Dopo qualche giorno è stato messo su un autobus, destinazione sconosciuta. Ha dormito per tutto il viaggio e si è trovato ai piedi delle Dolomiti. Era il mese di maggio del 2015. Ibrahim era arrivato un anno prima.

L’Italia

Alpha è stato accolto da una cooperativa, è stato a La Secca, poi a Fonzaso. Ha imparato l’italiano, ha frequentato corsi professionali per imparare un mestiere, si è integrato in quel Paese che l’ha accolto dandogli una seconda possibilità. In Guinea gli è rimasto solo un fratello, i genitori sono morti perché l’aspettativa di vita in quel Paese è molto bassa (anche Ibrahim è orfano).

Ma non ha ottenuto l’asilo politico: alla prima udienza non è riuscito a spiegare perfettamente come viveva in Guinea. «Ti chiedono di raccontare, ma non tutti ci riescono», spiega Ibrahim, che invece lo status di rifugiato ce l’ha. «Hai mezz’ora di tempo, non è semplice». Alpha non è riuscito a far capire che in Guinea l’etnia cui appartiene è perseguitata. E per questo è scappato dal suo Paese.

Falle nel sistema

In Italia ha trovato un lavoro. A settembre dell’anno scorso è stato assunto da Gianluigi Balbinot: inizia presto la mattina, perché nel pomeriggio va a scuola per prendere la licenza di terza media. «Non ha mai saltato un giorno, è un bravissimo ragazzo», ribadisce il suo titolare, che si è attivato con l’avvocato che segue la sua pratica per evitare che l’Appello decreti la sua espulsione dall’Italia.

«Questo ragazzo ha la patente, paga le tasse, paga anche le nostre pensioni: perché dovrebbe andarsene?», si chiede l’uomo, allibito per un sistema «che con una mano dà e con l’altra toglie. Spendiamo un sacco di soldi per accogliere i ragazzi che arrivano, per farli integrare, e quando poi iniziano a lavorare e a costruirsi un futuro li mandiamo via? C’è una falla in questo sistema, non funziona».

La speranza

Alpha non si è mai tirato indietro quando si è trattato di lavorare. Al suo arrivo, quando non poteva ancora avere un contratto stabile, faceva volontariato per i Comuni. Poi ha trovato un impiego in una lavanderia industriale a Longarone. Ibrahim lo ha fatto conoscere a Balbinot, che lo ha assunto a settembre dell’anno scorso. E adesso non vuole perderlo, non solo perché è un valido dipendente, ma perché Alpha merita di costruirsi un futuro.

«Io voglio rimanere qui», confessa il giovane. All’Appello, il 30 marzo, andrà solo il suo avvocato, lui non potrà aggiungere nulla a quanto detto alla prima commissione. Se l’udienza andrà male, potrà fare ricorso in Cassazione, ma la speranza è che non sia necessario. —




 

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