Simon, in solitaria invernale conquista tutte le Tre Cime

Gietl ha impiegato due giorni iniziando a ovest, col vento come principale nemico: «Sono partito convinto, ma anche pronto a rinunciare in caso di rischi eccessivi»

AURONZO

Simon “conquista” anche la terza delle Tre Cime, facendo tripletta. Si rivolge verso l’orizzonte, lo scruta e alza le braccia al cielo in segno di vittoria.


In quel momento ti sentivi autore di una conquista straordinaria?

«No, no. Ero semplicemente contento per aver conquistato me stesso. Almeno per una volta». Simon Gietl è fatto proprio così. Porta a termine un’impresa e gode come un bambino per essere riuscito a guadagnare due giornate in cui «sono rimasto finalmente solo con me stesso».

Quando hai deciso di salire le Tre Cime, senza soluzione di continuità, d’inverno, con la neve?

«Su queste montagne straordinarie ci sono stato altre volte, non da solo. Ancora tre anni fa avevo cominciato a sognare una solitaria. Ma solo la mattina del 23 febbraio mi sono convinto a partire. La giornata mi sembrava splendida. Non immaginavo, però, quel vento così forte e tanto gelido».

Così “rafficoso” che lassù, sulle tre vette, non hai trovato un filo di neve...

«È vero. C’era però del ghiaccio. Alcuni spigoli delle pareti erano del tutto liberi; altrove, negli anfratti, la neve c’era, dai 3 ai 5 metri».

Hai patito il gelo?

«No, quella mattina del 23 febbraio è stata la temperatura quasi mite a convincermi che era la giornata giusta. Il giorno prima, tuttavia, ho testato lo Spigolo degli Scoiattoli ed ho capito che ero nella forma giusta. Pronto, si badi, a far marcia indietro se avessi trovato ostacoli».

Pronto anche a rinunciare, in caso?

«Sì, certo. Me l’ha insegnato la vita. La paura è un sentimento che provo anch’io. Ed è proprio la paura a farmi apprezzare la vita».

Sei dunque partito alle 7.30 di domenica 23, sulla parete ovest. Quando sei arrivato in vetta?

«Dopo 6 ore. Sono sceso per la via normale fino alla forcella verso la Cima Grande; e siccome il pomeriggio “teneva” sono risalito per alcune centina di metri lungo la via Dülfer, attrezzandola».

Dove e come hai trascorso la notte?

«Ho bivaccato alla forcella. Ho trovato un comodo anfratto, ben riparato dal vento. Ho dormito in un sacco a pelo caldo, adagiato su un materassino, e mi sono risvegliato alle 7. 30. Ho preso paura, perché fioccava. Ma è durato poco».

Hai subito ripreso a salire?

«Dopo due ore ero già in cima alla Grande. Altre due ore, precisamente alle 11. 40, e guadagnavo la Piccola. Sono poi sceso alla forcella e ho risalito la cresta che porta a Punta Frida. E da qui alle 14 ho raggiunto la Cima Piccolissima».

Insomma le sei fatte proprio tutte...

«Sì, sono sceso lungo la fessura Preuss e alle 15 di lunedì 24 mi trovavo già alla base».

Non ritieni che sia la tua più bella conquista?

«Ma lo sai perché è bella? È stata una scalata interiore. Arrampicando sulla roccia ho capito che sto veramente bene quando mi muovo da solo. Quando insomma “scalo” me stesso, la mia profondità o la mia “altitudine”. Quando nel silenzio riesco a capirmi, a conoscermi meglio, come persona, come sono fatto, con le mie forze ma anche le mie debolezze e, appunto, le mie paure».

E a quale conclusione sei arrivato?

«Ritengo di aver trovato un buon equilibrio interno. Ecco perché sono contento».

Il che significa che d’ora in poi salirai sempre da solo?

«No, no. Apprezzo la compagnia di tanti amici».

Lassù hai trovato le raffiche a 80 km l’ora. Sfidare il vento quali sensazioni dà?

«Intanto devo ammettere che mi ha fatto paura. Anche se quel vento l’avevo “misurato” già nella simulazione di sabato. Volevo andare avanti, ma ero disposto anche a tornare indietro se avessi constatato che mettevo a rischio la pelle».

Il concatenamento tu l’avevi sperimentato nel 2017, ma non da solo. Questa era la prima invernale da solo.

«Sì, ho seguito l’itinerario che già allora mi sembrava il più logico. Devo ammettere che questa volta sono stato più lento perché mi sono autoassicurato su quasi tutti i tiri duri. Salivo, poi tiravo su lo zaino con il mio materiale».

Hai fatto dei tratti in libera, senza corda?

«Ho fatto senza corda solo i tiri facili all’inizio e alla fine. In ogni caso sono contento, perché temevo di impiegare tre giorni, con due bivacchi».

È vero che hai usato una corda da 5mm?

« Sì, ho corso questo azzardo anche se non sarebbe da manuale. E sai che ti dico? Quanto più la risali, tanto più sembra fina».

Per il ghiaccio che cosa usavi?

«Due ramponi molto leggeri e soltanto una piccozza».

Perché ti diverti ad arrampicare?

«Più che un divertimento, è gioia interiore».

Fino alle lacrime?

«Come fai a saperlo? In effetti, sulla Cima Piccolissima mi sono venute le lacrime. Lacrime di commozione. Ero felice di aver concretizzato un sogno; di aver riempito di senso la mia ricerca interiore. Ero felice di essermi messo alla prova con una mia massima».

Quale?

«La cosa più importante non è sapere cosa sei in grado di fare; serve più sapere cosa non sei in grado di fare». —


 

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