Persi duemila posti nel 2019 e ora la botta dell’epidemia

Un Primo maggio a tinte fosche, i sindacati provinciali spronano ad agire. Dal turismo all’assistenza, dalla Wanbao ai trasporti, chieste azioni concrete 

BELLUNO

Un Primo maggio di sicurezza. Di lavoro e nel lavoro. Così lo vogliono ricordare – non proprio festeggiare – Cgil, Cisl e Uil.


Il coronavirus, infatti, sta complicando una situazione che era già complessa. Nel corso di una videconferenza con Rudy Roffarè della Cisl e Giorgio Agnoletto della Uil, Mauro De Carli, segretario provinciale Cgil, ha riferito che l’anno scorso ci sono stati 2 mila assunti in meno rispetto all’anno precedente (35.445). Ma che, nello stesso periodo, si sono stabilizzati 2.050 lavoratori, con il contratto a tempo indeterminato di cui 1.435 nell’industria (per merito in particolare del contratto integrativo Luxottica).

A pagare sono stati soprattutto i servizi, con un saldo molto negativo, 1.130 assunti in meno, a compensare un valore simile ma in crescita registrato nel 2018.

Perché oggi la situazione sembra più critica? Da parte delle aziende c’è stata la rincorsa alla cassa integrazione. Addirittura un milione e trecentomila ore di cassa integrazione autorizzate in queste settimane di lockdown, aumentate del 2.486% nei primi tre mesi del 2020. Nello stesso periodo, in veneto, l’aumento si è limitato al 400%.

A pesare, sul Bellunese, sono state le richieste di Luxottica per tutto il gruppo. In ogni caso si ritiene che l’uso della Cig sarà di gran lunga inferiore. Sull’economia locale pesano, ancora di più, le prospettive nazionali e internazionali. Il Pil avrà una caduta del 9%, contro il 3% del 2008.

«Il lavoro in sicurezza per costruire il futuro», è il tema del Primo maggio. Lo ha spiegato Giorgio Agnoletto, ricordando che in fabbrica, da lunedì, non basteranno guanti e mascherine, ma occorrerà una nuova organizzazione del lavoro.

I protocolli ci sono già. E vanno applicati. Quindi si riparte, ma il futuro che cosa ci riserverà? Electrolux, la fornitrice dell’Acc, riprende lunedì con nuove commesse. Pare che le prospettive possano diventare rassicuranti per altre aziende. C’è da augurarselo; al momento, però, l’orizzonte è nero.

«Gli effetti di questa nuova crisi li vedremo nei prossimi mesi», ha detto Roffarè, «dal punto di vista economico e anche sociale. Se mettiamo in insieme le difficoltà delle nostre aziende a quelle del settore del turismo comprendiamo che dobbiamo mettere in moto delle azioni, dobbiamo ripensare gli orari e l’organizzazione del lavoro e dobbiamo capire come conciliare i tempi di vita e di lavoro».

È stato posto il tema dei servizi, dei trasporti in particolare. In ogni caso – è stato osservato – la crisi economica ci proporrà situazioni di maggiore povertà, dovuta a riduzione di reddito e perdita di posti di lavoro, in un contesto già segnato da spopolamento e crisi dei piccoli negozi. In questo quadro il fondo Welfare Dolomiti può potenziare alcuni interventi. Va riattivato il “Tavolo delle politiche attive” per un nuovo Patto territoriale.

È stato affrontato il nodo Wanbao e al riguardo De Carli ha ricordato l’impegno del ministro D’Incà per correre il “grave errore” della nomina della commissaria giudiziale Di Pasquale.

È stato affrontato pure il problema delle case di riposo. Il segretario della Cgil ha lamentato che le politiche in materia sanitaria ed assistenziale «sono state dettate da questioni di contenimento della spesa. La battaglia fatta come sindacato sull’ultimo piano socio sanitario si è infatti concentrata sull’invarianza delle risorse. Il dato inflattivo è del 4%, non può esserci l’invarianza delle risorse».

Le case di riposo sono per lo più strutture private e in qualche caso sono state il terreno «di contrapposizioni a livello di amministrazioni comunali, che hanno condizionato le dinamiche non dettate dall’esigenza di garantire un buon servizio agli ospiti».

«Abbiamo chiesto al prefetto e al direttore generale dell’Usl di istituire un tavolo di coordinamento per le case di riposo», ha fatto sapere Roffarè. «È importante capire che cos’è successo, ma ricordiamoci che dovremo gestire il Covid per mesi: le case di risposo non andranno lasciate da sole, serve un tavolo che coordini, non si può pensare di intervenire solo in caso di emergenza, se c’è il contagio». —



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