“Nel giardino di Fien” è iniziata la vita bucolica di Cinzia

Dopo 18 anni passati in una mansarda e lavorando da ragioniera insieme al papà, il casuale acquisto di una casa colonica fa scattare la molla dell’imprenditoria

Francesca Valente

BORGO VALBELLUNA


Vivere in una mansarda vicino a piazza Toni Merlin a Trichiana potrebbe non essere così male se comparato a un appartamento in una grande città. Ma l’impossibilità di avere un orto casalingo come anche di entrare in contatto con la natura, anche solo visivamente, può lo stesso diventare soffocante. È il breve prologo di quello che Cinzia Sanzovo, 45 anni di Campedel e cresciuta a Sant’Antonio Tortal a stretto contatto con i nonni agricoltori, chiama il suo «risveglio». Perché, dopo essersi sposata e aver vissuto per 18 anni in un appartamento all’ultimo piano di un condominio di paese, lavorando da ragioniera nello studio di commercialista di papà Gianpiero, Cinzia ha capito che non era quella la vita che sognava. Così ha scelto di non seguire le orme di famiglia, anche grazie al casuale acquisto di una casa colonica a Fien, sopra Frontin.

Come ha capito di voler fare l’agricoltrice?

«Nei terreni di questo edificio storico, che ha più di due secoli, ho trovato un vecchio frutteto con piante vecchie anche 90 anni. Mi ha stupito la loro dimensione ma soprattutto il sapore dei frutti, ognuno diverso dall’altro, che mi ha riportata all’infanzia, al ricordo di quando da piccola assaggiavo le mele e le pesche raccolte nel giardino della casa dei nonni. In quel momento mi sono accorta che fino ad allora avevo mangiato solo mele gialle, rosse o verdi, tutte con lo stesso sapore. È stato subito amore. Dal punto di vista professionale sono stata la prima della famiglia, perché i miei genitori non hanno mai lavorato i campi, mentre i nonni lo facevano per autoconsumo, a livello hobbistico».

Quando ha capito che sarebbe diventato il suo nuovo lavoro?

«Nel 2015, quando ho aperto la partita Iva agricola fondando l’azienda “Nel giardino di Fien”. Avevamo comprato questo stabile nel 2006 e iniziato a ristrutturarlo, ma all’inizio coltivavo per passione. La prima cosa che ho piantato sono stati i lamponi, perché ne vado matta; poi, vedendo come crescevano bene (ora si estendono per oltre 1500 metri quadrati, ndr), ho deciso di allargare la mia produzione inserendo ribes, mirtilli, fino a farmi prendere la mano. Parlando con i vecchi proprietari e scoprendo un po’ la storia di questo luogo, ho saputo che era ricoperto da un grande bosco fatto di abeti e larici che però è stato abbattuto circa un centinaio di anni fa. Il terreno però era diventato acido grazie agli aghi che si depositavano a terra ogni anno».

La sua azienda ha una forte impronta etica.

«Ho seguito molti corsi di agricoltura biologica e, anche se non sono certificata, non sfrutto né inquino i miei terreni in alcun modo. Ho a disposizione 15 ettari e questo mi permettere di lasciare molto spazio tra una pianta e l’altra, tanto che oggi ne ho 250 su oltre 2 ettari. Molte le ho acquistate da esperti di varietà storiche, come Oscar Padovani o David Moretton. Qualche volta ci sono i vecchi del paese che, conoscendo la mia passione, raccolgono piantine da frutto che trovano in giro e me le portano, come quelle dei cachi selvatici, per proteggerle dall’estinzione. Uso letame di cavallo e acqua piovana per irrigare, ho pannelli solari e fotovoltaici più un sistema di riscaldamento a biomassa per la casa. Un sogno è di diventare oasi di biodiversità di frutti antichi, rari e dimenticati».

Come è cambiata la sua attività in questi mesi di emergenza sanitaria?

«Ho un piccolo punto vendita a casa ma ho sempre venduto su appuntamento, perché lavoro da sola e non sempre sono reperibile se qualcuno arriva qui senza preavvisare. Solitamente rifornisco negozi di alimentari e qualche rifugio, cercando di essere ospite di alcune fiere di settore, come “Mele a Mel. Questo inverno ho anche potuto partecipare al mercatino di Natale dei produttori locali in piazza dei Martiri a Belluno, un’esperienza che mi è piaciuta molto perché mi ha permesso di vedere l’interesse delle persone. Vendo sia prodotti sfusi e sia trasformati e, nonostante una prima battuta di arresto, le vendite stanno ripartendo gradualmente. L’anno scorso ho vinto il premio per la miglior crema di marroni a Seren».

Cosa le piace di più di questo posto?

«La pace, il silenzio, la distanza da altre case, tanto che i primi vicini abitano a un chilometro e mezzo da noi, non ci sono altre strade né coltivazioni, ma adoro anche il fatto che i terreni non sono stati sfruttati in alcun modo e che sono rimasti praticamente inalterati nel tempo. Cerco di limitare al minimo l’impatto della mia attività e, nonostante sia una mia proprietà, mi considero sempre un’ospite in punta di piedi. Si dice che le contesse di Carfagnoi avessero deciso di costruire qui il loro podere perché gli animali amavano riposarsi su questo pianoro. Ottima scelta: anche per me è un posto incredibile». —

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