Turro, 98 anni e non sentirli: l'amore per l'arte e il castello di Feltre

Lo storico custode ancora oggi realizza straordinari pezzi unici di ferro battuto

FELTRE

Molti lo chiamano ancora il “custode”, anche se il castello di Alboino non ne ha più bisogno ormai da diverso tempo. Più appropriato sarebbe definirlo il protettore dei sonni tranquilli dei feltrini, visto che l’infaticabile Ernesto Turro è rimasto l’unico ancora in grado di sistemare le vecchie serrature dei portoni più antichi della città, costruite direttamente da lui oppure dal padre Guido. Depositario di un’arte in via di estinzione che però è riuscito a tramandare al figlio Andrea di 45 anni, l’anziano mastro ferraio realizza ancora pezzi unici per fattura, precisione e originalità.


Da figlio a fabbro

Turro è nato a Feltre il 16 febbraio di 98 anni fa, primo di otto figli di cui cinque donne, fin da piccolo ha manifestato il suo innato talento per il disegno, in particolare la ritrattistica e la riproduzione di disegni originali, come la Gioconda che accoglie i visitatori con il suo sorriso allusivo dal centro della sala ai piedi della torre antica, in cima al colle delle Capre.

Fin dai 13 anni, quindi poco dopo aver finito gli studi elementari, inizia a percorrere le orme di papà Guido e lavora al suo fianco nella bottega “Celli&Velo”. Lo perderà presto, all’età di 22 anni, quando però aveva già acquisito la giusta pratica per lavorare in proprio. Facendo i conti sono più di 85 anni che lavora il metallo, e non solo. Da giovane aveva frequentato anche una scuola serale di disegno e cominciato a costruire di tutto: archi, frecce, cerbottane, fino a inventare un nuovo grilletto da balestra, purtroppo mai brevettato. Proprio una piccola balestra gli fu rubata tanti anni fa, un gesto ignobile che si ripete saltuariamente, anche con il cesto delle offerte posto all’ingresso. Una volta aveva anche costruito un risciò da 6 posti.

Custodi del castello

Dopo essere sopravvissuto alla guerra diventa dipendente della ex metallurgica, da qualche diventata di proprietà Hydro; a 46 anni vince un bando del Comune e diventa gestore dell’Ostello della gioventù assieme alla moglie Ines Sartor: un’esperienza che durerà fino al 1984 e che porterà alla nascita del laboratorio artigianale all’ombra del Campanon.

Fare oggi un giro in quell’unico angolo del castello ancora visitabile (esclusa la sottostante Torre dell’orologio) significa attraversare una porta che riporta indietro di almeno 50 anni. Lì, fianco a fianco, sono esposte le opere prime e le eterne penultime, visto che Ernesto è incapace di arrestare quell’irrefrenabile voglia di forgiare arte, ancora e ancora, almeno finché le sue piccole mani e il suo sguardo lucido continueranno a dar voce al suo ingegno. Non a caso, all’ingresso del suo stanzone espositivo c’è una targa recante un epiteto dialettale: “mai strac”, che significa “mai stanco”, una locuzione che calza a pennello, o forse sarebbe meglio dire a martello.

Le sue mani sono piccole e forgiate dal lavoro, il suo fisico asciutto, gli occhi vispi e il sorriso aperto ed espressivo. Erede ideale dell’altro grande maestro feltrino del ferro, il più noto Carlo Rizzarda morto nel 1931, ha ottenuto diversi riconoscimenti da parte della Città di Feltre, tra cui la targa della Mostra dell’Artigianato edizione 2008 e il premio Voilà 2019.

Entrata libera

Per incontrarlo basta salire nel punto più alto della città e tendere l’orecchio, senza farsi ingannare dai rumori del cantiere per la ristrutturazione della torre del Campanon: può ancora capitare di vederlo all’opera, ma se non è lui è il figlio Andrea che approfitta degli spazi per tenersi in allenamento. «Non ho mai avuto paura di lavorare qui da solo», racconta Ernesto tra un ricordo e l’altro sbiadito dall’età, come qualcuno dei dipinti appesi nelle alte pareti della sala al piano terra, opere che per sua stessa indole non è mai riuscito a vendere al giusto prezzo.

Una deformazione comune tra gli artisti più umili. «Preferisce sentirsi dire “bravo” che essere pagato», interviene Andrea, «Per lui un regalo fatto agli altri vale più di tanti soldi ricevuti». In una teca di vetro è intrappolata una piccola mosca a grandezza naturale di una precisione impressionante, soprattutto sapendo che è stata fatta nei mesi scorsi. «Ne avevo fatte due», scherza Ernesto, «ma l’altra dev’essere volata via». —

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