La provincia sarà sempre più vecchia: nel 2030 un terzo dei residenti over 65

Per il sindacato e lo Spi Cgil di Belluno «servono politiche adeguate per garantire gli over 65, ma anche le famiglie»

BELLUNO

L’invecchiamento della popolazione bellunese rischia di rendere sempre più insostenibile non solo l’economia provinciale ma anche l’intero sistema sociale e sanitario.


Per questo servono politiche capaci di sostenere sì gli anziani, ma anche i giovani e le famiglie permettendo così di poter tornare a ripopolare il territorio.

La fotografia impietosa arriva da uno studio della Cgil veneta dal titolo “Dall’emergenza a un nuovo modello di sviluppo. La priorità e proposte per un Veneto resiliente, sostenibile e inclusivo”.

I numeri

L’indice di invecchiamento, cioè il rapporto tra anziani ogni 100 giovani, per quest’anno sarà pari a 235,7 vale a dire che ci sono 235 over 65 ogni 100 giovani (da 0 a 14 anni), mentre salirà a 343,6 fra 10 anni (in Regione nel 2030 l’indice sarà pari a 260). Anche l’indice di dipendenza strutturale (cioè quanti individui ci sono in età non attiva ogni 100 in età attiva) è preoccupante: se oggi il 61,9% della popolazione non lavora più, nel 2030 questa percentuale salirà al 70,9%. Si tratta di numeri che esemplificano la struttura demografica della provincia: se quest’anno sono 54.239 gli over 65 e 23.016 gli under 14, fra dieci anni si avranno 64.158 anziani e 18.672 giovani.

A questo si aggiunge anche una diminuzione della popolazione che dai 201.972 di quest’anno scenderà a 198.891 con una densità abitativa di 56 abitanti per km quadrato, e un saldo naturale tra nati e morti pari a -1289.

Non solo quindi la società bellunese da qui ai prossimi dieci anni sarà più vecchia, con più problemi sanitari a causa delle malattie croniche, ma anche più povera a causa della precarietà del lavoro e dei salari bassi. E diventerà insostenibile finanziariamente in quanto la forza lavoro sarà inferiore ai pensionati.

Si pone una sfida importante per i Comuni che sempre più dovranno venire in aiuto ai bisogni di anziani poveri e soprattutto soli, senza nessuno che possa contribuire alle spese e che possa prendersene cura, ma anche allo Stato che dovrà prevedere politiche ad hoc.

Le riflessioni

«Tutti questi numeri», commenta Maria Rita Gentilin dello Spi Cgil, «significano che è necessario al più presto mettere in piedi politiche sociali diverse e anche una sanità più vicina alle persone. Significa che bisogna potenziare la medicina territoriale perché la gente deve potersi curare senza fare grandi spostamenti».

Per quanto riguarda poi l’aspetto socio-sanitario, i servizi devono garantire una buona qualità di vita. «Importante sarà una programmazione dei comuni che possano non solo organizzare degli eventi per stimolare la socialità degli anziani, ma che prevede anche i mezzi necessari per garantire loro l’accessibilità a queste iniziative. Quindi un trasporto non solo socio-sanitario, ma anche ricreativo. Dobbiamo evitare l’isolamento. Ricordiamoci che in provincia vivono 16 mila ultraottantenni e 10.600 di questi vivono da soli. Le pensioni saranno sempre più basse, anche se già ora il Bellunese è il territorio in cui le indennità sono inferiori al resto del Veneto. Bisogna pensare anche a potenziare una assistenza sanitaria domiciliare che sia in grado di sostenere queste persone a casa loro. Dobbiamo pensare a politiche di invecchiamento attivo».

Per la segretaria dello Spi Cgil «è venuto il momento di pensare a politiche sociali adeguate, se non vogliamo trovarci ad agire sempre in emergenza».

Gentilin evidenzia poi il problema della mancata programmazione anche del personale socio-sanitario che rischia di mettere in grave difficoltà le case di riposo che si troveranno sguarnite. E allora lo Spi Cgil pensa al «co-housing, alla badante di quartiere per non sradicare gli anziani dalle loro case. E soprattutto servirà aiutare gli over 65 ad entrare in sintonia anche con la tecnologia per poter accedere ai servizi sanitari da remoto».

Ma nel contempo, conclude Gentilin, servono anche politiche per i giovani perché si torni ad aumentare il numero delle nascite. «Ma questo è possibile solo con politiche di sostegno alle famiglie, garantendo dei servizi essenziali come gli asili, oppure servizi di babysitteraggio a cui accedere in caso di bisogno. Il coronavirus ha infatti messo a nudo il limite della nostra società in questo campo mandando in tilt le famiglie. «Servono asili pubblici, micronidi per pochi bimbi e contributi per sostenerli». —

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