Da “perpetuo” nel Bellunese a vice ministro in Albania

La favola di Albert Nikolla, giunto nel 1995 a Pez grazie all’aiuto di don Fabio Cassol 

Il personaggio

Da primo “perpetuo” a viceministro in Albania: l’incredibile storia di Albert Nikolla, bellunese doc. Arrivato in Italia a metà degli anni ’90 per formarsi e trovare lavoro, Nikolla deve l’inaspettata svolta della sua vita all’incontro fortuito con don Fabio Cassol, ai libri di Dino Buzzati e alla sua grande propensione ad aiutare gli altri: un mix di spiritualità, iniziativa e passione per il lavoro che lo hanno segnato profondamente. «La vostra comunità mi ha dato tanto e nell’anima mi sentirò sempre un bellunese».

Viceministro, ci racconti la sua storia in Italia...

«Sono arrivato nel ’94 dopo aver conseguito la laurea in scienze ambientali in Albania. A Bari ho frequentato una scuola internazionale, grazie a un permesso di soggiorno di un anno per motivi di studio. Terminato il corso a Bari ho deciso di restare per lavorare e mettere via qualche soldo che mi sarebbe tornato utile una volta tornato al mio Paese natale. Così sono partito verso il Nord, dove mi attendeva mio cugino che studiava a Padova, e ho trovato lavoro in un’azienda agricola del Vicentino. Era un lavoro davvero pesante e mal pagato, ai limiti della schiavitù».

Ci racconti l’incontro che ha cambiato la sua vita con don Fabio Cassol?

«Per puro caso. Era un giorno d’agosto, ero a Trieste ad attendere mio fratello che arrivava dall’Albania. Eravamo entrambi sul molo in attesa del traghetto che stava portando anche una famiglia che lui avrebbe ospitato. Ci siamo messi a parlare del più e del meno, ma la scintilla della nostra amicizia è scattata quando ho menzionato alcuni libri di Dino Buzzati, che avevo letto quando ancora ero in Albania. Don Fabio rimase di stucco: come faceva uno che lavorava in una stalla a conoscere quell’autore? L’evento fu particolarmente fortunato, perché lui fu nominato parroco la prima volta proprio a Visome, vicino alla villa che vide nascere lo scrittore».

E come è arrivato nel Bellunese?

«La mia storia nel Bellunese è davvero particolare e ne vado molto orgoglioso. Don Fabio mi disse che avrei potuto trovare un lavoro migliore di quello che facevo a Vicenza, ma io non ne ero convinto, perché con i documenti che avevo non potevo lavorare: all’epoca era molto più difficile di adesso. Lui mi disse di contattare un parroco di Padova, che però non poté aiutarmi e a quel punto, verso novembre del ’94 gli dissi che sarei dovuto tornare in Albania, perché non c’era modo di lavorare. È a quel punto che mi disse di raggiungerlo a Pez per trovare una soluzione; per me fu un vero momento di grazia e di enorme speranza per poter cominciare una nuova vita e poter finalmente avere i documenti in regola per il lavoro».

È in quel momento che divenne “perpetuo” e sacrestano?

«Sì, don Fabio si inventò un contratto di lavoro molto particolare, che fece molto scalpore all’epoca, perché divenni il primo sacrestano e “perpetuo” d’Italia. Tanto che si interessarono della vicenda anche le tv e finimmo entrambi al Maurizio Costanzo Show».

Poi gli studi e il volontariato...

«Sì, dopo due anni di lavoro regolare ho potuto rifare i documenti e con quelli riprendere gli studi, prima in teologia a Belluno e poi, grazie all’enorme supporto della Chiesa Cattolica, ho potuto conseguire un master a Roma in etica e un dottorato in antropologia culturale a Firenze. Mentre ero a Belluno ho avuto la fortuna di conoscere il mondo della vita associativa che, attraverso il Csv guidato da Angelo Paganin, mi ha aiutato nello sviluppo della mia associazione per l’integrazione degli immigrati. A Belluno ho trovato delle amicizie e degli affetti talmente forti, che questo luogo non poteva che rimanermi nel cuore per sempre».

Da aiutante in una piccola parrocchia di provincia a viceministro, come ci è riuscito?

«Per me è qualcosa di incredibile. Tornare a Pez da viceministro è stata un’emozione enorme. Terminati gli studi ho avuto l’opportunità di diventare docente all’università Cattolica di Tirana nel 2005, permettendomi di tornare nel mio Paese d’origine. Dopo due anni, la Conferenza episcopale albanese mi ha nominato direttore della Caritas. Due anni fa, infine, anche se a dire il vero non era nei miei piani, ho iniziato la mia carriera politica, quando il primo ministro mi ha chiamato come consigliere per gli affari sociali e sei mesi fa mi ha nominato viceministro alla Sanità e agli affari sociali».

Che Albania ha trovato tornando a casa dall’Italia, rispetto a quella che aveva lasciato trent’anni fa.

«Negli anni il Paese è cambiato, ma diverse fasce di popolazione restano emarginate. Per questo mi sto dando da fare e se sono qui è proprio per rinforzare i legami con il Bellunese, il Veneto e l’Italia, sperando che tutti ne possano trarre vantaggio, soprattutto in una situazione così delicata a livello di emergenza sanitaria». —


 

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