Carla Dazzi a fianco delle donne afgane: «Vivono tra povertà e diritti negati»

La volontaria bellunese da diciotto anni viaggia nel Paese promuovendo programmi con Insieme si può e Cisda  

Solidarietà

Diciotto anni al fianco delle donne afghane, portando vicinanza, progetti concreti e amore in quella parte di mondo così mal conosciuta in Occidente, che sogna un futuro diverso, ma vive ancora sotto il giogo dei signori della guerra, del fanatismo e dell’ignoranza.


Lei è Carla Dazzi, fotografa e volontaria originaria di Farra d’Alpago, da anni impegnata in viaggi umanitari con la onlus bellunese “Insieme si può…” (info@365giorni.org), oltre che attivista del Coordinamento Italiano Sostegno donne afghane (Cisda) di Milano, per portare aiuto e speranza a quelle che lei stessa chiama «amiche» e che negli anni ha visto crescere supportate dalla Speranza di un domani migliore.



Perché l’Afghanistan?

«Quel Paese è entrato nella mia vita e nei miei pensieri attraverso il racconto delle donne che negli anni sono venute in Italia a raccontare la tragica condizione di vita del loro popolo, in particolare delle donne, martoriato da decenni di guerre».

Cosa vuol dire nascere donna in quel paese?

«Vuol dire, diritti negati, repressione politica, guerre, violenza malattia e povertà. Quaranta anni di conflitti hanno reso l’Afghanistan, uno dei posti peggiori dove nascere donna. Violentare una donna è cosa normale, così come vendere le bambine o darle in sposa a 7/8 anni per saldare i debiti della propria famiglia. L'Afghanistan è un paese nel quale essere donna è una vera guerra. Ma le donne afghane non sono solo vittime. Per me, è molto importante mettere in luce la loro grande forza di resistenza e la capacità di diventare, sul devastato scenario del loro paese, attrici del proprio futuro e combattere per le altre donne, a rischio della vita. Abbiamo avuto e abbiamo la fortuna di conoscere molte di loro e di sostenere con tutta la nostra energia le loro battaglie e la nostra amicizia».

Questa situazione non è mutata negli anni?

«No, la situazione è drammatica oggi come lo era in passato. Ce lo dicono le donne di Rawa, (Rawa.org) associazione rivoluzionaria di donne afghane, che dal 1977 promuove i diritti umani per le donne sulla base di principi democratici e laici non fondamentalisti. Le Rawa sono costrette alla clandestinità per portare avanti la loro lotta per la libertà di parola e di pensiero. Sono passati vent’anni da quando ho conosciuto la loro realtà e so che la loro fiducia per un Afghanistan libero e migliore continua a non volersi spegnere».

Vengono in mente le immagini delle donne afghane libere negli anni ’70, come si è arrivati alla realtà odierna?

«Nella Kabul degli anni ’70 si potevano incontrare ragazze e ragazzi liberi, giovani in minigonna e donne insegnanti, ingegnere o hostess. Oggi quella stessa capitale è ancora una città straordinaria, ma porta i segni delle guerre e della povertà. Da quando sono arrivata la prima volta ho incontrato tante donne e tanti loro occhi pieni di speranza, ma purtroppo negli anni questa speranza sta via via scemando».

Cosa la muove a continuare a provarci?

«La motivazione che mi ha spinta e spinge a continuare ad andare in Afghanistan viene dalle donne straordinarie incontrate in questo mio percorso. La loro forza, le sofferenze dell’Afghanistan, ma anche l’estrema gentilezza e l’accoglienza che sanno offrire, mi hanno resa partecipe della loro storia e convinta ad impegnarmi ancora di più. È per ringraziarle del loro impegno in questo difficile e importante percorso di autodeterminazione, per la loro fiducia e resilienza che ho deciso di continuare ad andare da loro e far conoscere la loro realtà, sostenerle ad esempio con progetti di microcredito, aiutare le organizzazioni che lottano per i diritti delle donne, istruzione e lavoro, in primis, che significano autonomia e scardinano il fondamentalismo culturale».

Quanti viaggi ha già fatto? E che supporto le dà Isp?

«Dal 2002 mi reco in Afghanistan in media una o due volte l’anno e credo di essere una delle poche occidentali che ha avuto l’occasione di viaggiare in gran parte del Paese. Ho avuto la fortuna di avere questa grande associazione alle spalle, che mi ha sempre supportata e affiancata nei tanti progetti e che ha creduto in quello che descrivevo, anche con l’aiuto delle mie fotografie».

Qual è stato invece il peggior momento che ha vissuto nella sua lunga esperienza?

«È stato nel 2018. Eravamo nell’orfanotrofio di Afceco e stavamo chiacchierando con le bambine ospiti che avevano organizzato uno spettacolo per noi; ad un certo punto arrivò il capo della sicurezza dicendo che avremmo dovuto dormire nella struttura alla meglio, perché era arrivata notizia che avrebbero attaccato la casa dove alloggiavamo, è stata una notte di ansia e di paura. Tutto è andato per il meglio e per i restanti quattro giorni siamo state ospiti dell’orfanotrofio per poi ripartire a notte fonda per l’aeroporto per vie traverse. Non è sempre facile, siamo sempre sotto scorta e anche gli spostamenti sono sempre decisi all’ultimo minuto». —


 

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