Precari della scuola in piazza: «Vanno stabilizzati»

Storie di insegnanti che passano da una scuola all’altra e ora attendono con apprensione l’agognato concorso

BELLUNO

I precari della scuola scendono in piazza a Belluno, come in tutta Italia, per chiedere rispetto e stabilità, oltre che per denunciare l’errore di voler fare i concorsi (attesi da anni) in un periodo così rischioso. Organizzatori della protesta sono stati Flc Cgil, Cisl scuola, Snals, Confsal e Gilda Unams: «Ancora oggi in provincia manca tanto personale, soprattutto di sostegno», spiega Walter Guastella della Cgil, «in più si rischia, per garantire il servizio, di non poter partecipare al concorso del 22 ottobre, le prove vanno spostate».


«Bisognava pensare un sistema più snello per stabilizzare questi lavoratori che sono già nelle scuole», aggiunge Lorella Benvegnù della Cisl, «a Belluno mancano almeno 733 docenti».

Quelle dei “prof tappabuchi” sono storie di persone preparate, che negli anni sono state costrette ad affrontare sacrifici professionali e personali importanti solo per poter fare il proprio lavoro e che ora si sentono prese in giro dalle modalità con cui questi concorsi verranno fatti.

Storie come quella di Nicola Mantarano, che insegna Matematica e Scienze e che da sette anni è costretto a fare la vita da precario: «Quest’anno sono a Feltre, ma ogni anno ci tocca cambiare, non se ne può più, perché viene meno la continuità didattica. I ragazzi si trovano di fronte ogni anno un insegnante diverso e lo stesso vale al contrario; si è costretti a ricominciare sempre tutto da zero. Mi è capitato di seguire un ragazzo come insegnante di sostegno e quello stesso anno ero il quarto a ricoprire quel ruolo».

«È vergognoso, perché si rifanno su di noi per fare economia, sapendo che in estate andiamo in disoccupazione, iniziamo più tardi di altri e abbiamo meno diritti», continua Mantarano, «sono partito dalla Basilicata, ho lavorato a Vicenza e ora a Belluno, senza trovare mai stabilità; mi domando come possano lamentarsi che la nostra generazione non faccia figli… come si può pensare di metter su famiglia in un contesto così?».

Ma c’è anche chi attende da molto più tempo di poter salire in cattedra da titolare, come Mara Chiesura e Giorgia Bino, insegnanti rispettivamente di Lettere e di Matematica e Scienze: «Per noi gli anni da precarie sono 13», spiega Chiesura, «da quando ci siamo laureate questo è il primo vero concorso al quale possiamo accedere e pensare al fatto che basti qualche linea di febbre per escluderci è davvero frustrante. A questo si aggiunge il fatto che non sappiamo ancora come si svolgerà la prova; come possiamo pensare che questa possa essere la nostra più grande possibilità? È una cosa raffazzonata, che probabilmente non riuscirà a coprire nemmeno il numero di pensionati di quest’anno».

«Inoltre, come si possono valutare il merito e la preparazione degli insegnanti con qualche domanda?», si chiede Bino, «venissero in classe a valutare come lavoriamo ogni giorno, per capire l’impegno e la passione che ci mettiamo». Il metodo scelto per la valutazione appare folle anche a Orazio Longo, insegnante di musica a Puos e precario da 12 anni: «Che ci vengano a dire che dobbiamo essere valutati in base a quiz e concorsi basati su conoscenze nozionistiche è veramente folle. Temo che l’interesse verso la preparazione dei ragazzi, per i politici, sia l’ultimo dei problemi». —
 

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