Il San Martino 2020 all’anima del volontariato di Belluno: «Candidato per scherzo ma sono molto onorato»

Giorgio Zampieri racconta i segreti del mondo del terzo settore, «il dialogo tra 15 associazioni dette vita al Comitato d’Intesa» 

BELLUNO. Quando sotto gli occhi della giuria del Premio San Martino è capitato il suo nome, la decisione è arrivata immediata e all’unanimità, tanto è stato il bene fatto alla città di Belluno durante una vita interamente dedicata agli altri e allo sviluppo del volontariato nel nostro territorio.

Lui è Giorgio Zampieri, anima e corpo del Comitato d’Intesa e del Csv, due realtà che hanno permesso alla nostra provincia di diventare un modello di organizzazione e altruismo nel terzo settore.

Zampieri, partiamo da quest’ultima grande notizia, si aspettava di vincere questo premio?

«No, non ci pensavo nemmeno. Chi mi ha candidato ha confessato di avermi voluto fare uno scherzo, perché sapevano che, se me l’avesse proposto, non avrei mai accettato. Però, quando mi hanno comunicato che avevo vinto, ne sono stato felice e molto onorato, soprattutto perché ho saputo che la decisione era stata presa all’unanimità. Penso significhi che la città riconosce il grande lavoro svolto fin qui».

Com’è cominciata la sua avventura nel mondo del volontariato?

«Ho iniziato molto presto, avevo solo 15 anni – ricorda con un sorriso – all’epoca ero impegnato nella San Vincenzo giovanile della parrocchia di Santo Stefano. Io e gli altri eravamo pieni di entusiasmo ed energia e andavamo “a carta” di casa in casa; raccoglievamo il materiale finché non ne avevamo abbastanza per riempire un camion, dopodiché arrivava una ditta da Vittorio Veneto per portare via tutto, pagandoci un tot al chilo. Questo e gli altri lavoretti che trovavamo, come spalare la neve in stazione, ci permettevano di avere i fondi necessari per portare avanti i nostri progetti».

Poi come è nato il Comitato d’intesa?

«Tra San Vincenzo, Abvs e Unione italiana ciechi si stava creando un piccolo ma importante universo di volontariato e un giornalista, Renzo Stefano Mattei, ci spronò a organizzarci in maniera più strutturata, non limitandoci ognuno al proprio ambito, ma cominciando a collaborare su progetti comuni. Così abbiamo cominciato a dialogare tra le prime 15 associazioni, decidendo di lavorare sul tema della disabilità e degli anziani, pensando al trasporto di queste persone in provincia. Questa iniziativa diede vita, nel 1977 al Comitato d’Intesa».

Cosa voleva dire essere volontario a quel tempo e come è cambiato poi?

«All’epoca non c’erano diritti per gli anziani, per i malati o per i disabili e anche il volontariato non era calcolato (bisognerà aspettare la legge quadro del 1991 per cominciare a parlare di un volontariato strutturato e riconosciuto). I volontari venivano visti solo come manovalanza da impiegare dove mancava un servizio o del personale, ma niente di più. Con il Comitato d’Intesa, invece, abbiamo cominciato a far sentire la nostra voce e le nostre idee anche all’interno delle istituzioni, arrivando a proporre cambiamenti e guadagnandoci un peso nelle decisioni. Per fare un esempio pensiamo ai Piani di zona delle Usl, che prevede una partecipazione fondamentale dei volontari».

Quell’humus sociale attivo che vi ha visto partire con queste iniziative esiste ancora secondo lei?

«Penso che ci sia stata una trasformazione della società negli anni. In realtà anche all’epoca eravamo pochi in percentuale, per anni i giovani accettavano di collaborare, ma senza iscriversi alle associazioni e riducendo questo sforzo ai singoli progetti. Poi, nel 1997, con l’avvento del Csv tutto è cambiato, facendoci acquisire una vera professionalità nel settore».

Csv di Belluno che, tra l’altro, è stato il primo in italia…

«Esatto, la legge 266 del ’91 istituiva questi centri di servizio al volontariato. Serviva un coordinamento di associazioni, una sede e dell’esperienza pregressa. Sembrava che parlasse proprio di noi: eravamo pronti e siamo stati i primi a creare un Csv». —


 

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