Dopo 39 anni finisce l’era di Daniele e Ginetta al rifugio “Boz”

I coniugi Castellaz hanno saputo conquistare l’affetto degli escursionisti e del Cai. «Ci mancherà, questa era la nostra seconda casa. Non è stato facile dire basta»

FELTRE

«Tutto quanto mi mancherà del Boz, soprattutto gli amici che vedevamo venire su spesso. Per noi era diventata come una seconda casa, anche se era lavoro. È stata una scelta di vita, vedi che una cosa ti piace e vai avanti finché riesci». Dopo 39 anni di ininterrotta gestione, Daniele Castellaz e la moglie Ginetta lasciano il rifugio.


La stagione si è chiusa il 21 settembre, «ma in quel momento non sapevamo che sarebbe stato l’ultimo giorno, perché ancora non avevamo deciso di lasciare l’attività e abbiamo tenuto aperto come se dovessimo continuare», racconta Daniele. «Non eravamo consapevoli che era l’ultima domenica per davvero, quindi abbiamo lavorato con il solito atteggiamento. Poi ci sono state delle circostanze che ci hanno fatto prendere questa decisione, che è stata difficile».

Com’è stato questo percorso lungo quasi 40 anni?

«È stata un’esperienza bellissima. Per noi il Boz non era un rifugio qualsiasi, era quello che volevamo gestire per l’attaccamento particolare che sentiamo, per la posizione, le cime che ci sono attorno. Ci siamo creati un giro di clienti, che chiamo amici e tornano. La soddisfazione è quella. Non è stato facile dopo tanti anni dire basta. Vorrei fare un ringraziamento a tutti gli ospiti che sono venuti. Il nostro spirito è stato quello di un’accoglienza familiare. Vorrei ringraziare anche tutti i presidenti e i volontari delle sezioni del Cai che si sono adoperati per migliorare il rifugio. In particolare dei presidenti vorrei ricordare Lino Barbante, non per escludere gli altri, ma perché è quello che ci ha dato la fiducia per primo»

Com’è nata questa esperienza?

«Nel 1976 Lino Barbante aveva chiesto a me e all’amico Arduino Turro se volevamo andare al rifugio, poi ho fatto il servizio militare e sono andato a lavorare da un’altra parte, però qualcosa mi era rimasto dentro e quando il gestore nel 1980-81 lasciava il rifugio, insieme a mia moglie abbiamo deciso di provare. La ringrazio, perché da solo non ce l’avrei fatta».

Soddisfazioni?

«La più bella è quando gli ospiti arrivano in rifugio e ti cercano. Il fatto che la gente torni poi, significa che si è trovata bene».

Accoglienza e buon cibo sono i due elementi fondamentali.

«Mia moglie ha sempre cucinato come se fosse a casa e chi veniva al Boz magari partiva già con l’idea di mangiare lo stracotto d’asino, polenta e tosella o polenta e schiz. Una volta il rifugio era un punto di riferimento per delle escursioni, adesso probabilmente perché Ginetta cucina bene, è diventato un punto di arrivo per mangiare e poi scendere a valle».

La stagione estiva 2020 è stata diversa?

«C’è stato un po’ l’handicap della strada della Val Noana chiusa fino all’8 agosto, considerando che la maggior parte dei frequentatori sale da là, mentre il discorso Covid ha portato alle restrizioni riguardo ai pernottamenti e si è vista la mancanza degli stranieri. Comunque rispetto alle prospettive di incertezza che c’erano a maggio, non è andata male».

Cosa diresti al prossimo gestore?

«Provare, non si può dire nient’altro perché l’esperienza che si fa in una struttura così è sempre personale. Gli faccio tanti auguri, che gli vada come è andata a noi». —

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