Fiorentini: «Da dicembre sarà un’impresa tenere aperti i rifugi»

Tante le problematiche emerse durante l’assemblea di Agrav. «La mancanza degli stranieri un problema anche d’estate per chi lavora sull’Alta Via 1»

BELLUNO

L’assemblea tenuta l’altro ieri, in versione virtuale, dai soci di Agrav, è servita per tracciare un bilancio della stagione estiva vissuta dai rifugisti bellunesi ed al tempo stesso muovere i primi passi in ottica futura, guardando (con qualche apprensione di troppo) all’inverno ormai alle porte.


A riassumere la situazione è stato il presidente di Agrav (associazione che accoglie i gestori dei rifugi alpini del Veneto) Mario Fiorentini, a sua volta gestore del rifugio Città di Fiume di Borca.

Quali sono state le principali problematiche emerse nella stagione estiva?

«La principale ruota attorno alla mancanza di una omogeneità di risultati. Questo non permette di avere un quadro lineare, valido per tutti i gestori della nostra montagna. Chi concentra la propria attività a pranzo ha avuto ottimi riscontri, perché le presenze in montagna, durante l’estate, sono state in aumento rispetto al passato. Chi invece lavora sulle Alte Vie e dunque concentra gran parte del proprio operato attorno ai pernottamenti, ha subito danni notevoli. Per questo motivo, è difficile stabilire un andamento comune per tutti i rifugi».

I problemi maggiori si sono riscontrati lungo le Alte Vie e sono da rimandare alla mancanza di escursionisti stranieri: conferma?

«Purtroppo sì. I dati sono drammatici. La mancanza di turisti sull’Alta Via numero 1 è stata pari al 90%. Se poi consideriamo che la presenza straniera, sulle Alte Vie, si attesta intorno al 95%, il quadro si fa nero. Sono soprattutto tedeschi ed austriaci, ma la mancanza di stranieri ha riguardato ad ampio raggio tutti gli stati collegati all’Italia da un volo aereo. La chiusura dei confini tedeschi non aiuta ad avere un quadro ben delineato della situazione. Quel quadro si presenta, se possibile, addirittura peggiore. Cose diverse per le strutture all’interno delle quale si lavora principalmente sul servizio a pranzo. I numeri delle tre settimane di agosto a cavallo del Ferragosto sono assolutamente positivi ma dietro quei numeri si cela un’altra problematica».

Quale?

«Tante presenze, per un rifugio, non equivale a tanti soldi incassati. Perché un rifugio, per vocazione, non è in grado di soddisfare un numero illimitato di richieste. La posizione geografica di una struttura determina il suo operato. Chi è sul cucuzzolo della montagna non è in grado di fare miracoli, tanto al tavolo quanto in cucina. Anche da questo punto di vista la situazione si presenta tutt’altro che omogenea».

L’occasione è servita per guardare al futuro, nello specifico all’inverno ormai alle porte. Con quali preoccupazioni?

«Una in modo particolare. Quella legata alla tipologia di accoglienza che un rifugio d’alta quota è in grado di offrire, tenendo presenti le restrizioni da Covid 19. In estate siamo stati in grado di recuperare all’esterno le limitazioni dell’interno. Ma in inverno, col freddo e la neve, come si farà? Qualcuno, come il sottoscritto, utilizzerà queste settimane autunnali per restare aperto e capire come muoverci quando arriverà la neve. Al momento si brancola nel buio, non esiste una linea guida in grado di offrire una risposta ragionevole. C’è il rischio che qualcuno decida di restare chiuso». —



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