Cappellaro (Serbosco): «Chi è in regola deve poter continuare a lavorare»

La sua azienda rifornisce ristoranti e mense: «La nostra filiera è molto ampia, ci sono migliaia di aziende coinvolte» 

Stefano Vietina / fonzaso

«Non credo che la pandemia si propaghi solo nei ristoranti, nelle pizzerie, nei bar e nelle tavole calde. Anzi ho potuto constatare quanto queste realtà abbiano investito, in questi mesi, per rendere sanificati e sicuri i loro locali. Quindi, secondo me, chi è in regola deve poter lavorare, mentre solo chi non rispetta i protocolli deve subire la chiusura».


Gian Domenico Cappellaro, già presidente della Confindustria di Belluno, è il titolare della Serbosco di Fonzaso, che produce conserve alimentari a base di verdure, latte, carne, con 15 addetti e 90 referenze di prodotto. Rifornisce insomma un settore, come quello della ristorazione, dai ristoranti alle mense, che l’emergenza Coronavirus aveva già completamente fermato durante il primo lockdown di primavera; e che adesso è stato nuovamente penalizzato dalla chiusura alle 18.

«Serviamo realtà che in Italia vanno da Vipiteno ad Agrigento – sottolinea Cappellaro – ed esportiamo anche all’estero. Non solo, abbiamo contatti quotidiani con gli agenti in tutta Italia e quindi sentiamo il polso del settore. I battiti si stanno affievolendo drammaticamente».

«Alla fine del primo lockdown si diceva che avremmo dovuto convivere con il virus per mesi e che si dovevano cercare le soluzioni migliori per questa convivenza. Mi pare che in questo periodo ci si sia dimenticati completamente di questo concetto ed oggi ci troviamo in una situazione che, paradossalmente, è ancora peggiore».

Perché?

«Perché nel frattempo i ristoratori si sono mossi ed anche bene, accettando le regole imposte dalla nuova situazione, dal Governo e dal Comitato tecnico scientifico: hanno accettato di ridurre del 50% i posti disponibili nei loro locali, e quindi il fatturato; hanno speso dei soldi, e non pochi, per rendere sicuri i posti a tavola; hanno ottemperato ai protocolli che gli sono stati assegnati come condicio sine qua non per aprire. Ed a fronte di questo impegno qual è stato il risultato? La chiusura alle 18, 00, che per molti esercizi equivale alla chiusura totale, visto che è la cena per tantissimi ristoranti la fonte primaria di reddito. Una mazzata incredibile, da cui si farà fatica a rialzarsi se queste condizioni verranno mantenute».

C’è poi un altro aspetto che Cappellaro vuole sottolineare.

«Molti dimenticano che per la ristorazione i ristoranti, le pizzerie, le mense, io bar e le tavole calde rappresentano la punta dell’iceberg di una filiera molto più ampia, che consiste in tutte le migliaia di aziende del food service, ovvero quelle che producono le materie prime necessarie e quelle che le distribuiscono. Tutte ferme, con migliaia di operatori che non sanno quale sarà il loro futuro, con un fatturato complessivo che supera i 30 miliardi che è a forte rischio. Le aziende che lavorano per il retail, ovvero le catene dei supermercati, in qualche modo continuano a lavorare; ma di quelle del food service che ne sarà?».

La categoria dei ristoratori ha inscenato una forte protesta, apparecchiando le piazze con tovaglie e stoviglie stese per terra.

«Una manifestazione civile, che testimonia il forte disagio, ma soprattutto le grandi preoccupazioni per il futuro. Si fa fatica, insomma, a capire dove si sta andando, perché molti provvedimenti appaiono estemporanei e soprattutto slegati dai numeri, che peraltro sono spesso incomprensibili. Siamo bombardati inoltre da continui bollettini di guerra. Sottolineo, comunque, che le manifestazioni dei ristoratori sono state serie, tranquille e democratiche; e nulla hanno a che spartire con le violenze di qualche frangia estremista, che vuole cavalcare il disagio di molti per scatenare la violenza».

In azienda state ricorrendo alla cassa integrazione?

«Al momento no, lo avevamo fatto a primavera, anticipandola noi. Vediamo come vanno i prossimi giorni, anche perché ad esempio dall’estero arrivano segnali contrastanti: in Spagna c’è stato un netto calo di ordini, la Russia invece continua a tirare, eppure dal punto di vista della pandemia i due paesi mi pare abbiano gli stessi problemi».

Come pensa di chiudere l’anno?

«Avevamo stimato di finire il 2020 con un fatturato di 7 milioni di euro, in crescita sul 2019. Con la chiusura di primavera il calo previsto era del 30% e, vista la situazione generale, non sarebbe andata male. Adesso però c’è un grosso punto interrogativo per come andranno novembre e dicembre. Il ritorno della pandemia a questi livelli forse non se lo aspettava nessuno, ma adesso imputare tutto a chi va a cena fuori casa mi sembra davvero eccessivo. Si rischia di mettere in ginocchio un comparto che peraltro è molto legato anche al turismo, con la stagione invernale alle porte, che va programmata per tempo e che non può saltare». —



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