Prima il disastro di Vaia, poi il Covid «È stata durissima, andiamo avanti»

L’intervista ad uno dei fratelli Tibolla, che gestiscono il ristorante Alle Codole di Canale d’Agordo 

la storia



Due anni fa la tempesta Vaia con due mesi di chiusura per riparare i danni. In primavera il Covid: stop dal’11 marzo a fine maggio. Oggi altro fermo: fino al 24 novembre. E la paura di restare blindati anche per le feste di Natale e Capodanno.

Sono giorni d’ansia per Diego Tibolla, sommelier, suo fratello Oscar, chef, la sorella Livia, maitre di sala. Siamo al ristorante albergo “Alle Cadole” di Canale d’Agordo, una cucina che è ai vertici delle classifiche di gran parte delle guide.

Il Dpcm – chiediamo a Diego – non vi obbligava di chiudere.

«Novembre, per la verità, è il nostro mese di riposo. Noi lavoriamo molto di sera, il sabato e la domenica. Lo scorso fine settimana eravamo pieni. Abbiamo 45 posti a sedere, distanziati (altrimenti potremmo contarne 80). I nostri collaboratori fissi sono 6, più altri due il sabato e la domenica. Ci costa 25 mila euro di stipendi e contributi al mese. Non potevamo tenere aperto neppure questa settimana: i costi sarebbero stati troppo alti, perché a mezzogiorno non c’è clientela. Oltretutto abbiamo alimenti di qualità, di prima scelta, che costano; non possono rimanere invenduti».

I collaboratori sono a casa? «Sì, in ferie, e se il lockdown continuerà, chiederemo la cassa integrazione».

Il vostro ristorante fa parte dell’Associazione “Alto Gusto”, che raggruppa una decina di ‘stellati’ della provincia. Gli altri come si stanno comportando?

«Mi risulta che alcuni chiudono durante la settimana e aprono il sabato e la domenica a mezzogiorno».

Il primo lockdown è durato più di due mesi e mezzo: è stata dura?

«Durissima. Però l’estate è stata una stagione d’oro. Pieno l’albergo e sempre pieno il ristorante. La qualità paga, evidentemente. Erano anni che non lavoravamo così tanto. Pensi che abbiamo deciso di farci il pane in casa, tutti i giorni, e che qui venivano clienti solo per assaggiare le nostre confezioni».

Due anni fa eravate nel pieno di un’altra emergenza. Il torrente Liera vi ha sommerso.

«Non è andata proprio così. È successo di peggio con Vaia. Nei tempi che furono, il Liera scendeva proprio da questa parte, oggi scorre a 200 metri abbondanti da qui. L’area un tempo era paludosa. C’è la teoria che un torrente o un fiume ritorna sempre nel letto».

Ebbene, che cos’è accaduto?

«Stavo in cantina quando mi sono visto l’acqua salire dalle piastrelle del pavimento. Significa che sotto il ristorante-albergo scorre dell’acqua, che arriva nelle viscere dell’ex palude quando il Liera si riempie. In pochi minuti l’acqua ha cominciato a salire fino al soffitto, cioè fino al piano terra, quindi è uscita ed è corsa, all’esterno, lungo i prati e le strade. Nel frattempo, a monte, era entrata, attraverso le valvole, nelle cisterne di gasolio di alcune abitazione».

Doppio disastro, dunque?

«Sì, siamo stati inondati anche dal gasolio. Che ha cominciato a galleggiare sopra l’acqua, per un’altezza tra i 20 ed i 30 cm, contaminando tutto. I vigili del fuoco hanno risucchiato l’acqua ed il gasolio dalla cantina e dalla stireria. Avevamo 10 mila bottiglie di vino, alcune del valore di 800 euro. Per fortuna ne abbiamo recuperato molte; solo 500 abbiamo dovuto buttarle. Avevamo tovaglie preziose, da 150 euro l’una, buttate anche queste. Celle frigorifere, lavatrici, quadri elettrici: tutto da gettare».

Quanti danni?

«Più di 200 mila euro».

Tutti indennizzati?

«Macchè tutti. Per 20 mila euro. Ma il problema più grave è stato quello di contrastare la puzza, l’odore di gasolio, che aveva impregnato addirittura le etichette delle bottiglie di vino. Abbiamo recuperato a Milano una ditta che è arrivata con un macchinario che produce ozono e lo spara contro le molecole di gasolio fino a frantumarle. Debbo ringraziare, ancora una volta, non solo i vigili del fuoco e la protezione civile, ma i tanti volontari del paese che quella volta ci hanno aiutato indefessamente nella pulizia degli ambienti».

Non vi prende la voglia di smettere, dopo tante difficoltà?

«Smettere? Attenzione, se la pandemia continua a tenerci chiusi, qualche riflessione la dovremo pur fare. È vero, però, che crediamo nel nostro lavoro. È il più creativo che si possa immaginare. Mio fratello, in cucina, lo può ben testimoniare. Per creare le specialità di pane che confezioniamo abbiamo addirittura assunto una persona in più, oltre l’organico pianificato».

Ma un ristorante stellato, in periferia, può davvero sopravvivere?

«Noi e gli altri 10 ristoranti di “Alto Gusto” lo testimoniano. Se la montagna non è dersertificata, un contributo lo diamo anche noi. Però a Roma, o chissà dove, non conoscono quali sacrifici stiamo facendo. Lo sanno che proprio i ristoranti e gli alberghi ci tengono per primi ad evitare ogni rischio di contagio – altrimenti chiudono -, per cui hanno introdotto misure precauzionali severissime?».

Lo sanno, ma temono l’assembramento.

«I ristoratori sono stati i primi ad introdurre le nuove misure. Noi abbiamo dimezzato i posti. Chi entra qui sa che deve andare subito a sedersi. Non può stare in piedi. Sanifichiamo tutto, a ritmi incalzanti. Mia figlia va a scuola a Belluno, mi racconta che il pullman è superaffollato…». —

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