Bellunodonna: «Le violenze iniziano a emergere, ma nel lockdown c'è stato un crollo delle richieste di aiuto»

La presidente Cubattoli: gli sportelli sono sempre rimasti aperti, ma per le vittime non è stato semplice contattarli

BELLUNO. Una donna su tre nel mondo è vittima di violenza. Sempre più donne trovano il coraggio di denunciare gli abusi subiti, ma il lockdown dovuto al Covid-19 ha compromesso, per molte, la possibilità di rivolgersi ai centri antiviolenza. BellunoDonna, l’associazione che dal 2004 gestisce il centro per aiutare le vittime di ogni tipo di sopruso, ha riscontrato un significativo calo di richieste di aiuto la scorsa primavera. «I centri antiviolenza sono sempre rimasti aperti, con colloqui telefonici, ma per molte donne maltrattate è stato impossibile contattarci a causa della vicinanza continua con l’uomo violento», segnala Anna Cubattoli, presidente dell’associazione bellunese.

Attiva dal 2003, conta quaranta socie, tutte formate per rispondere alle richieste di aiuto che arrivano da donne violentate, nel corpo e nella mente.


Presidente, che effetti ha avuto la pandemia sulla vostra attività?

«Questo è stato un anno molto particolare. Il Covid ha travolto tutto, ma i centri antiviolenza sono sempre rimasti aperti. Facevamo colloqui telefonici, per rispettare le normative anti contagio, ma abbiamo riscontrato un significativo calo di nuove richieste. Le donne che stavano già svolgendo un percorso di uscita dalla violenza, invece, lo hanno proseguito, nonostante tutte le difficoltà provocate dalla pandemia e dal confinamento».

Difficoltà di che genere?

«Di natura economica soprattutto. Dal 2015 abbiamo aperto lo sportello di orientamento al lavoro, per aiutare le donne vittime di violenza a trovare un impiego e a raggiungere così l’indipendenza economica. In accordo con alcune aziende si offre la possibilità di stage e tirocini, che sono stati tutti sospesi con il lockdown. Per questo abbiamo sostenuto noi le donne in carico, pagando affitti, bollette, mense scolastiche, libri per i ragazzi, quello che serviva».

Parliamo quindi di donne con figli, anche. Qual è lo spaccato della violenza di genere, dal vostro osservatorio?

«La maggior parte delle donne che si sono rivolte al centro antiviolenza e che seguiamo sono italiane (75%). Il 62% di loro ha figli».

Chi sono gli autori delle violenze?

«Nel l’83% dei casi si tratta di uomini italiani. In sei casi su dieci le violenze vengono perpetrate dal partner, nel 17% dei casi dagli ex partner. Oltre la metà delle donne seguite ha fra i 30 e i 49 anni, il 16% ha fra i 18 e i 29 anni e il 19% fra i 50 e i 60. Nel 2019 abbiamo avuto una nuova richiesta ai nostri sportelli ogni due giorni e mezzo, l’attività sta aumentando».

Come spiega questo aumento di contatti, da parte delle donne vittime di violenza?

«Da un lato può essere dovuto al fatto che abbiamo aperto nuovi sportelli diffusi sul territorio, agevolando così la possibilità di essere raggiunte da parte delle donne. Ora siamo attive a Belluno, Feltre, Sedico e Ponte nelle Alpi. Basti pensare che a Feltre fino al febbraio 2016 eravamo state contattate da 91 donne, dal 2016 al 2019 ne abbiamo ricevuto 105. Per donne che vengono controllate, che non hanno soldi perché non lavorano e che subiscono violenza, non è semplice spostarsi in un territorio come il nostro. Con i nuovi sportelli ci siamo avvicinate a loro».

In sedici anni avete accolto 1.073 donne, effettuato 5.135 colloqui telefonici. Quali violenze subiscono le donne che vi contattano?

«Spesso le varie forme di violenza si intersecano. Principalmente parliamo di violenza psicologica (753 casi) e fisica (641), 148 donne hanno subito violenze sessuali, 235 violenza economica (per una concezione storica che vuole il marito occuparsi del denaro per mandare avanti la famiglia), 131 stalking».

La violenza è un fenomeno culturale e sociale, di cui oggi si parla sicuramente più di un tempo. Secondo lei la sensibilizzazione e l’informazione stanno portando a una diminuzione del fenomeno?

«Io direi che la violenza non sta aumentando, ma sta emergendo. Molte più donne, rispetto al passato, trovano la forza e il coraggio per denunciare le violenze che subiscono, perché hanno la sensazione di poter essere ascoltate, capite, aiutate. Ma c’è ancora molto lavoro da fare, perché il problema vero è una cultura patriarcale e maschilista, di cui le donne sono vittime».

È utile una giornata come quella del 25 novembre, in cui l’attenzione del mondo si concentra sulle donne vittime di violenza?

«È bene che si parli della violenza contro le donne, altrimenti questo problema tornerebbe nell’oblio. Ma ricordiamoci che nel mondo una donna su tre subisce violenza, in un momento della sua vita. Quindi è bene parlarne il 25 novembre, ma tutti i giorni dovrebbe essere il 25 novembre». —



© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi