La sanità di Belluno entra in fascia 5. «Sospesi gli interventi programmati»

Il dg Rasi Caldogno: «I letti dei reparti “normali” si trasformeranno in Covid, ove possibile ne aggiungeremo di nuovi»

BELLUNO

Da ieri la provincia di Belluno, come tutto il Veneto, è ufficialmente entrata nell’ultima fascia, la quinta, per quanto riguarda i ricoveri in area non critica. Resta al quarto stadio, invece, per il numero di degenti in Terapia intensiva. Le cinque fasce di emergenza sanitaria sono state istituite dalla Regione e fotografano la situazione delle strutture ospedaliere e la sovraoccupazione di posti letto da parte di pazienti positivi al virus. Se le Rianimazioni ancora reggono, gli altri reparti hanno visto un’impennata incredibile di ricoveri in pochissimi giorni. Cosa significa essere in quinta fascia o in area rossa negli ospedali lo spiega il direttore generale dell’Usl, Adriano Rasi Caldogno.



Direttore, quanti sono i degenti Covid positivi in ospedale?

«I ricoveri, sebbene il dato sia in continua evoluzione, stamattina (ieri per chi legge, ndr) sono complessivamente 13 in terapia intensiva, 114 in area non critica a media o bassa intensità di cura (tra questi rientrano i reparti di Pneumologia, Malattie infettive, Geriatria e Medicina), mentre sono 65 negli ospedali di comunità. Ma per definire l’appartenenza alla fascia 5 si calcolano solo le degenze in area non critica».

Cosa implica l’essere in fascia 5 a livello ospedaliero?

«La trasformazione di posti letto di attività ordinaria in posti Covid. Abbiamo già iniziato ad attuare un progressivo dimensionamento dell’attività di ricovero ordinario, con la conseguente trasformazione in reparti Covid. Questa progressione, in realtà, è un continuum, perché man mano che si va verso la saturazione dei posti letto, se ne aggiungono altri che derivano dalla disattivazione di quelli dei reparti ordinari. Un esempio è la Medicina di Agordo, dove l’altro ieri 10 posti letto di attività ordinaria sono stati trasformati in posti Covid. Questa è una riorganizzazione che comporta non solo il coinvolgimento delle strutture, ma anche del personale da dedicare a queste aree. C’è anche la possibilità di attivare i cosiddetti “letti bis”: in poche parole, nelle stanze dei reparti aggiungiamo altri letti, laddove è possibile».

Cosa resta, quindi, dell’attività ordinaria?

«L’attività no Covid è concentrata a garantire l’urgenza-emergenza, i malati oncologici, chi è affetto da malattie rare, il servizio psichiatrico e quello materno-infantile. In questa situazione gli interventi programmati di varia natura sono sospesi, mi riferisco alla specialistica ambulatoriale non strettamente necessaria»,

Questa riorganizzazione per quanto andrà avanti?

«Tutto dipende dalla curva dell’epidemia. Ma confidiamo che, a seguito delle misure adottate a livello generale ,sia imminente il momento del picco del contagio e del successivo plateau da cui dovrebbe partire la discesa».

A livello del personale come siete messi?

«Stiamo provvedendo a un numero molto consistente di assunzioni o di incarichi a termine. Ricordo che a febbraio tutta la linea collegata al Covid aveva zero persone, adesso siamo sopra quota cento. C’è chi fa tamponi, chi si occupa degli adempimenti legati alle perone in quarantena, che sono migliaia. E se in estate si poteva fare un lavoro accurato in questo senso, adesso, col carico di 200 positivi al giorno, soltanto mettendo altrettante persone a fare questo lavoro, potremmo pensare di seguire tutto perfettamente. Il che è impossibile. Anche il lavoro del laboratorio per i tamponi molecolari è aumentato in maniera significativa, ma non possiamo avere le professionalità su due piedi».

Come è la sua giornata tipo?

«È impegnativa: ogni giorno c’è la videoconferenza con la Regione, poi ci sono sempre le chat con cui ci si scambia le informazioni. Insomma, non c’è da annoiarsi. Sicuramente rispetto alla prima ondata, durante la quale predominavano due fattori importanti, ovvero il lockdown e il dover combattere l’ignoto, con problemi inediti da affrontare ogni giorno, ora il vero problema è che abbiamo dovuto far proseguire le attività ordinarie malgrado una pandemia che ha preso fortissimo vigore».

Per alleggerire gli ospedali, si punta a curare le persone a domicilio...

«Ci sono strategie affinate per le cure a domicilio. Le Usca (Unità speciali di assistenza) partiranno dalla prossima settimana a Belluno e Cadore, con incursioni anche in altre zone. L’aspetto interessante è che siamo all’ulteriore ricerca di medici da assumere. Oggi ci sono 16 camici bianchi per le Usca, ma ne stiamo cercando altri». —

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