L’alto rischio de profundis dei monti per lo sci: «Data certa e indennizzi modello tedesco»

Da Minella a Ghezzi a Grones, l’appello perchè ci si decida. «Non conoscono l’economia di questa parte di territorio»

ARABBA. «Prepariamoci a recitare, giovedì il “de profundis”. Di neve ne è caduta poca, speriamo nei 40 centimetri previsti domani e il resto tra sabato e domenica. Ma se fino al 10 gennaio non potremo aprire le piste e se resteranno chiusi anche gli alberghi e i ristoranti, la montagna può prepararsi davvero a celebrare il suo funerale».

A raccogliere l’allarme della sua gente è Leandro Grones, sindaco di Livinallongo, oltre che albergatore. Anche mercoledì, peraltro, i gatti delle nevi si sono arrampicati lungo le piste deserte per battere la coltre bianca caduta. E proprio Arabba annuncia che a partire dalla vigilia dell’Immacolata, il 7 dicembre, Dpcm permettendo aprirà la seggiovia tra Campolongo e Bec de Roces, con la pista Campolongo e Rutort, ma, ben s’intende, soltanto per gli atleti e gli sciclub Fisi, ovviamente previa prenotazione.

Ciò che sta facendo anche il Col Gallina, sopra Cortina: E che nei prossimi giorni farà la skiarea Falcade Pellegrino, mettendo a disposizione la “Violata” da Col Margherita.

Tutti, sulle Dolomiti, sono in attesa del Dpcm che varrà dal 4 dicembre. E di quanto potranno ottenere i governatori regionali nella trattativa dell’ultimo minuto.

«Non chiediamo di aprire domani mattina con 600 morti al giorno, come tanti dicono in questi giorni. Però» ha detto la presidente nazionale dell’Anef (Associazione Nazionale Esercenti Funiviari), Valeria Ghezzi in un incontro promosso a Roma dalla stampa estera «la nostra attività, per le caratteristiche intrinseche degli impianti, non si apre girando una chiave e necessita di programmazione. Se ci dicono di aprire il 15 gennaio, dobbiamo saperlo almeno un mese prima per avviare la parte tecnica. Abbiamo capito che non si apre a Natale, ma abbiamo bisogno di una data certa per aprire a gennaio o di una certezza sulla non apertura, per evitare di affrontare a vuoto ulteriori spese».

«Siamo in contatto con gli altri paesi europei attraverso la Fianet, la nostra associazione europea. I problemi sono gli stessi per tutti in ogni paese: la sopravvivenza delle comunità, il lavoro e gli stagionali», ha aggiunto. Renzo Minella, presidente regionale degli impiantisti, anche ieri è stato sul Pellegrino, dove i suoi sono già al lavoro. «Prepariamo le piste con la neve che il buon Dio ci manda, ancora poca per la verità. Sappiamo che non apriremo fino ai primi di gennaio. Ma ciò che ancora non sappiamo – insiste – è la certezza del ristoro, degli indennizzi».

Il fatturato degli 80 impianti della regione è di 60 milioni, quello dell’indotto cuba almeno mezzo miliardo. «Perdere il primo mese di attività, comprensivo del ponte di Sant’Ambrogio e delle festività, significa vedersi tagliare un terzo del fatturato, intorno ai 170 milioni di euro. Ma in alcune località la perdita può arrivare al 50%, addirittura superarla».

Quindi? «Quindi ristori a manetta, come in Germania, dove lo stato garantisce la copertura del 75% delle perdite rispetto agli introiti del corrispondente mese dell’anno passato».

Ghezzi, dal canto suo, ha ribadito a Roma, ancora una volta, i numeri che rendono questo comparto così importante per l’economia del nostro paese e di alcune regioni in particolare. «Il nostro settore fattura 1, 2 miliardi all’anno, di cui 400 milioni arrivano dal periodo natalizio. Abbiamo 15mila dipendenti, di cui 5mila a tempo indeterminato e 10mila stagionali. Per i primi ci può essere la cassa integrazione, per i secondi non c’è alcuna tutela», ha ricordato la presidente Anef.

«Con l’indotto si arriva a un fatturato di 11 miliardi, con oltre 120mila dipendenti e la percentuale di stagionali aumenta fino all’80%. Parliamo di famiglie intere che lavorano nel settore e rischiano di restare senza reddito. Questo conta più dell’aspetto sportivo. Sono rimasta sbalordita dall’idea di chiudere gli alberghi, anche perché finora non sono mai stati chiusi, neanche a marzo. Non capisco perché ci sia tanto accanimento, la coda per entrare nel centro commerciale è uguale a quella che si fa per la cabinovia. Anzi, in questo caso viene fatta in maggior sicurezza, all’aria aperta. Forse» ha sottolineato Ghezzi «manca una conoscenza dell’economia della montagna, che invece le Regioni hanno mostrato di comprendere e le ringrazio per l’aiuto che ci stanno dando».

Ma i ristori non sono sufficienti. L’Anef fa parte di Confustria Dolomiti e Minella rilancia le richieste presentate nei giorni scorsi dalla presidente Lorraine Berton. Dalla parziale compensazione delle riduzioni di fatturato – da calcolare sui mesi di effettiva chiusura o di limitazione dell’attività (es. novembre, dicembre, ecc.) alla moratoria sui mutui e sui leasing. Dalla riduzione del cuneo fiscale (costo del lavoro) in caso di apertura in condizioni di limitata attività (blocco dei turisti stranieri, limitazione agli spostamenti tra regioni dei turisti italiani) alla sospensione o riduzione degli adempimenti fiscali, alla garanzia del trattamento di cassa integrazione per i lavoratori fissi e l’introduzione di ammortizzatori sociali e misure di sostegno al reddito per gli stagionali.

«Sono ipotesi di lavoro che però vanno subito messe in campo, se vogliamo tutelare e dare un futuro all’industria turistica delle nostre montagne» chiosa Berton. —

 
 

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi