Perdite all’80% e pochi depuratori «Senza investimenti servizio a rischio»

Sindaci e Bim Gsp spiegano le ragioni dell’aumento tariffario «Arriverebbero sanzioni e dovremmo pagare comunque»

belluno

Le perdite della rete idrica bellunese sono pari a circa l’80%, questo significa che su 85 milioni di metri cubi di acqua prelevata e immessa in rete, solo 12 milioni vengono fatturati più altri 10 milioni di metri cubi destinati alle fontane. Un dato inaccettabile che, insieme ai parametri sulla depurazione e sulla qualità dell’acqua (qualità inevitabilmente bassa visto lo stato delle tubature), pone il bacino bellunese in piena maglia nera tra le ultime province italiane. Una bocciatura completata dall’inadeguatezza del sistema di depurazione, sancita da Arera, e che nel medio termine si pagherà anche in termini economici con inevitabili sanzioni che andrebbero a pesare sull’utenza. Inoltre i cambiamenti climatici renderanno il sistema insostenibile, tanto che in una decina d’anni l’acqua che sgorga dal rubinetto di casa potrebbe non essere più garantita. Fermo restando che già oggi le ordinanze di divieto si susseguono.


Investire nella rete, dunque, non è più rinviabile e per legge gli investimenti devono essere coperti dalla tariffa. È per questo che nei giorni scorsi i sindaci soci di Bim Gsp hanno approvato un aumento progressivo da qui al 2023, pari al 14,95%.

In seguito all’annuncio dell’aumento si sono alzate le proteste di molti cittadini, alcune anche corredate con insulti e minacce all’indirizzo dei sindaci che ieri, insieme al cda dell’azienda, hanno voluto ribadire i motivi di questa decisione che non aveva alternative.

«La premessa è che la nostra tariffa è una delle più basse d’Italia e del Veneto. Non c’è stato nessuno scontro tra cda e soci e nemmeno tra i sindaci», chiarisce il presidente del Consiglio di Bacino, Camillo De Pellegrin. «Nell’ambito della necessità di aumentare la tariffa, c’è stato un dibattito normale con posizioni diverse verso una nuova tariffa che fosse congrua. Nei prossimi mesi ci saranno approfondimenti sull’uso degli utili e sulla ricerca di finanziamenti extra tariffa. Noi sindaci vigileremo affinché la società realizzi il piano degli investimenti, trasformando la propria organizzazione con questo obiettivo».

«Non possiamo ripetere quanto successo in Bim Gsp in passato», aggiunge il presidente del Comitato di indirizzo, Jacopo Massaro. «Allora l’indebitamento si creò in parte attraverso il “credito verso tariffa”, cioè si spendeva più di quanto si introitava rinviando l’aumento della tariffa a data da destinarsi. Siamo finiti con 92 milioni di debiti, il rischio di portare i libri in tribunale e conguagli altissimi. Il risanamento avvenuto in questi anni e non ancora completato è stato coperto solo al 35% con l’aumento delle tariffe: tutto il resto è frutto di interventi straordinari soprattutto sui costi aziendali. A luglio quella fase si è chiusa e ora si apre una nuova fase espansiva, in cui è necessario tornare a fare investimenti importanti per risanare la rete. La scelta fatta nei giorni scorsi contempla due esigenze: creare un impatto minore possibile sulle famiglie e salvaguardare gli equilibri societari. Abbiamo trovato un punto di equilibrio soddisfacente, con uno sviluppo progressivo della tariffa. Una famiglia di tre persone pagherà in media 65 centesimi in più al mese nel 2021, 1,80 euro nel 2022 e 1,20 euro al mese nel 2023».

Chiaramente per le imprese sarà diverso, ma si calcola che un’attività con consumo di 600 metri cubi all’anno, pagherà a fine 2023 circa 73 euro in più all’anno. Inoltre i sindaci assicurano che gli strumenti per aiutare le famiglie e le imprese in difficoltà con le bollette non mancheranno.

A spiegare la situazione è anche Attilio Sommavilla, presidente del cda di Bim Gsp, insieme ai consiglieri Lara Stefani e Andrea Menin. «Per realizzare gli investimenti programmati e approvati dai soci, 208 milioni di euro, la società dovrà riorganizzarsi perché tra i tagli ai costi indispensabili negli anni scorsi c’è anche quello al personale. Negli ultimi anni, in media, sono stati investiti 8-9 milioni l’anno. In futuro diventeranno 16. Inoltre l’obiettivo di risanare l’azienda non è ancora stato raggiunto ed il debito è ancora eccessivo rispetto al patrimonio». In questo senso Sommavilla mette le mani avanti rispetto ai sindaci che chiedono di destinare l’utile societario agli investimenti: «Una società a gestione privatistica deve avere strumenti di autofinanziamento: nel nostro caso la tariffa e l’indebitamento attraverso mutuo, ma le banche chiedono garanzie che vengono date dal patrimonio. L’utile, togliendo i dividendi Ascotrade e il contributo del Consorzio Bim, è di circa 1,5 milioni all’anno, a fronte di un fatturato di 30 milioni. Finché la società non sarà in pareggio è difficile pensare di annullare l’utile». —



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