Il rifugio Laresei è chiuso Sacrifici, sogni e scorte alimentari da gettare via

Falcade, carico da centomila euro per la stagione mai partita. «Non so quanto potranno resistere i miei collaboratori»

FALCADE. La neve, al rifugio Laresei, sopra passo Valles, fa da trincea, da protezione alla “creatura” di Massimo Manfroi. Che in questo “nido d’aquila”, appena sotto il Col Margherita, davanti ad un panorama strepitoso (pale di San Martino, Agner, Civetta, Pelmo, Antelao, Marmolada, Manzoni), ha investito tutti i risparmi di famiglia.

«L’estate scorsa era andata bene, dopo l’interruzione della stagione invernale a marzo, quindi, anziché chiudere a settembre, come da calendario, ho continuato sino a fine novembre», racconta.


E poi? «Proprio quando è arrivata la “dama bianca” ho dovuto chiudere, ma non per la neve, che ci faceva già sognare, bensì per il Dpcm».

Qualche giorno fa  c’era anche Manfroi, insieme ai suoi dipendenti, al flash mob organizzato a Falcade dalla sorella Fiorenza. «Lassù in rifugio», indica alzando lo sguardo verso la montagna stracarica di neve, «ho almeno 100 mila euro di rifornimenti che non so come smaltire. Sono 150 fusti di birra, 100 bancali di acqua, e poi tutte grandi quantità di alimenti e di preparati, migliaia di canederli già confezionati. In autunno avevamo provveduto a fare il carico, immaginando appunto una stagione con i fiocchi».

Ecco una delle accuse che i ristoratori ed i rifugisti muovono a chi “improvvisa” le chiusure da Dpcm: arrivano sempre fuori tempo massimo. «Ho fatto il carico “in fiducia”, anche perché con la motoslitta o la seggiovia non possiamo trasportare chissà quali pesi».

Da quel primo dicembre, dunque, Manfroi è a casa: lui, la moglie, i due figli, i genitori. E a casa sono pure i nove dipendenti, del cui contributo il rifugista si avvale di stagione in stagione.

«In questi giorni sono davvero preoccupato perché ci sono alcune scorte in scadenza; come si sa durano dai due ai tre mesi. Se riapriamo il 15 febbraio, come spero, dovrò ovviamente buttare tanta “roba” – proprio così la chiama – e rinnovare parte dei rifornimenti. Ma con quale animo? Se poi richiudono nel giro di una o due settimane?».

Siamo a 2.260 metri di quota. La neve è alta, oltre un metro e mezzo. Gli impianti non funzionano. «In questo rifugio ho investito tutti i miei risparmi. Ovviamente non bastavano», racconta ancora Manfroi, «e ho dovuto fare dei mutui molto pesanti. Circa 14 mila euro al trimestre. Per fortuna la mia banca è comprensiva, però se non arrivano presto i ristori, sarò in grave difficoltà. Quanto pazienterà la banca?».

Manfroi gestiva con la famiglia un avviato ristorante a Cencenighe, dove abita. Cinque anni fa la zia, proprietaria del Laresei, ha deciso di vendere e ha offerto questo suo patrimonio a Massimo. Con sconti importanti, altrimenti i Manfroi non ce l’avrebbero fatta.

«Era un sogno. Realizzato, fino a prima del Covid. Poi sono arrivate le preoccupazioni». La prima? I collaboratori sono parcheggiati in disoccupazione, solo in parte. Altri non possono beneficiare neppure di questo sussidio.

«È questo il mio cruccio più pesante, ci penso di giorno e di notte. È gente di valore, affidabile, sulla quale conto per portare avanti questa impresa. Non so quanto anche loro possano resistere».

Manfroi, come tanti altri rifugisti, faceva conto di aprire subito dopo le festività, il 7 gennaio, poi il 18. «Questa incertezza è stata logorante. Il governo poteva anticiparci benissimo quali erano le scadenze immaginabili, così ci programmavamo la nostra stagione, invece siamo sempre appesi ai Dpcm».

Basteranno i due o tre mesi del fine stagione per recuperare quanto si è perso fino ad oggi? «Noi ci saremo, anche se non dovessero aprire gli impianti di risalita. Dal passo Valles, infatti, si può arrivare a piedi, in un’oretta, o con gli sci, ma anche in “navetta”; andiamo noi a prendere gli ospiti con la motoslitta. Abbiamo bisogno di lavorare e tutto quello che c’è da portare dentro, lo portiamo. D’altra parte, è vero o no che la gente ha voglia di salire in montagna, di stare all’aria aperta? Distanziata e con la mascherina, ben s’intende».

Seppur a rifugio chiuso, Manfroi e qualche collaboratore sono saliti, in queste settimane, per la manutenzione e dare un’occhiata al riscaldamento. Sì perché – ecco una spesa talvolta non considerata – anche se l’ambiente non è operativo, va comunque minimamente riscaldato. —


 

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