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Un anno di Covid a Belluno, quella vita lontana da tutto

L’imperativo è resistere. Lo stanno facendo in molti, da chi lavora negli ospedali a chi tenacemente tiene aperti locali e ristoranti, adattandosi alle circostanze e stringendo i denti

BELLUNO. Una prima ondata, pesante ma contenuta nei numeri (113 decessi tra marzo e maggio e 1150 contagiati), una seconda ondata ancora in corso, iniziata a ottobre, che ha alzato a 568 i morti dall’inizio della pandemia con 17.859 persone che hanno contratto il virus.

È il tragico bilancio che chiude il primo anno di Covid-19 nel Bellunese. La provincia è stata coinvolta e sconvolta sotto tutti gli aspetti, da quello sanitario a quello sociale, a quello economico. Nessuna fascia di età è stata risparmiata, tutti costretti dal lungo lockdown di primavera e dai “colori” dell’inverno a rivedere stili di vita, di lavoro, di rapporti sociali: gli anziani chiusi nelle case di riposo senza vedere i parenti per mesi, i ragazzi bloccati in casa a seguire lezioni difficili in un territorio dove i collegamenti internet sono un terno al lotto.

Per lunghe settimane, tra novembre e dicembre, il Bellunese ha detenuto il record poco invidiabile di essere una delle province italiane con il maggior numero di positivi rispetto agli abitanti. Solo un esempio: tra il 14 e il 20 dicembre si registravano 762 casi ogni centomila abitanti, mentre il dato del Veneto era sotto i 500. Il 6 dicembre, in un solo giorno, il numero dei contagiati era di 345, mentre in primavera il picco si era fermato a 63, il 21 aprile. I motivi saranno studiati dagli esperti, ma non è difficile azzardare delle ipotesi, oltre a quella sanitaria del grande numero di tamponi eseguiti.

È una provincia di vecchi, lo si dice da tempo: il 27 per cento dei bellunesi ha più di 65 anni, mentre nel Veneto il dato è attorno al 22 per cento. I primi decessi dell’epidemia, a inizio marzo 2020, sono stati registrati negli ospedali, Geriatria in particolare, e tra gli ospiti delle case di riposo che hanno pagato un altissimo tributo di dolore e di lutti alla pandemia.

Ma il Bellunese è anche una provincia turistica. L’estate del 2020 è iniziata tardi, a luglio avanzato. Poi è andata alla grande, ben oltre il mese di settembre, anche a ottobre e novembre: fine settimana con tutto esaurito nelle principali località turistiche ma anche nei paesini.

Pochi i viaggi all’estero, troppi i timori, le chiusure, i divieti. E così nel Veneto, ma non solo, i turisti hanno scelto la montagna. Non è bastato il rispetto delle regole, oppure le regole sono state poco rispettate. E così a ottobre il contagio è ripartito, dapprima nella parte alta della provincia, da Cortina, al Cadore, al Comelico. Poi su tutto il territorio. E siamo tornati in lockdown.

Il turismo, dunque. Un settore in ginocchio, trasversale nell’economia bellunese. Migliaia di lavoratori stagionali a casa in primavera, a casa di inverno. Ma anche ristoranti e bar a ritmo ridotto, e sono saltati tanti altri posti di lavoro. “Per chi suona la montagna” è solo l’ultimo dei flash mob di queste settimane, organizzati dagli operatori del turismo e dagli amministratori locali per chiedere aiuti e ristori immediati, per riuscire a stare a galla e non mettere a rischio anche la prossima stagione estiva. E nel frattempo si spera di salvare almeno una piccola parte della stagione invernale dello sci.

E per fortuna che hanno tenuto altri settori economici, nonostante i fatturati negativi dovuti alla crisi sanitaria mondiale, come è il caso dell’occhialeria (con qualche dolorosa eccezione).

Da parecchio tempo il territorio bellunese sembra sempre sull’orlo del baratro, a combattere lo spopolamento, la riduzione dei servizi, il deficit di tecnologia e di infrastrutture, perdendo spesso le sue battaglie. Ora combatte la battaglia più grande, quella contro il Covid.

L’imperativo è resistere. Lo stanno facendo in molti, da chi lavora negli ospedali a chi tenacemente tiene aperti locali e ristoranti, adattandosi alle circostanze e stringendo i denti. Al momento non sono molte le attività economiche che hanno chiuso definitivamente i battenti, come accaduto in altre zone del Veneto. Ma è ancora presto per fare dei bilanci.

La diffusione del virus sembra arretrare nel Bellunese: dai quasi cinquemila positivi di fine dicembre, si è passati agli attuali 550. Una luce in fondo al tunnel? Anche in questo caso è presto per dirlo. Si tratta, di nuovo, di tenere duro, una qualità che ai bellunesi non ha mai fatto difetto. —

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